Quando dall’aeroporto di Sucre imboccammo la strada per arrivare a Potosi, ero in compagnia di Kenny, l’autista della Cooperazione Italiana e del capo progetto Maurizio Angeloni di professione medico ma con una marcia in più.

Arrivando in prossimità di Potosi, mentre ero intento a fare un cameracar per ambientare i titoli di testa (o di coda) del documentario che mi era stato commissionato, Maurizio mi fece vedere il Cerro Rico: sembrava il deposito di Zio Peperone che dominava Paperopoli nelle tavole dei fumetti di Topolino. Ed infatti quella montagna ha rappresentato un po’ il deposito di ricchezze per i conquistadores spagnoli prima e per i ricchi impresari poi, con la differenza che, mentre Zio Peperone sapeva essere (anche) buono e generoso, i suoi simili della realtà erano spesso egoisti e crudeli.

Dopo una settimana, accodandomi alla visita ufficiale di Silvio Mignano, ambasciatore italiano in Bolivia e di altri funzionari, scortati dalla brigata di primo soccorso in miniera organizzata proprio dal progetto della Cooperazione Italiana, entrammo in una galleria di estrazione. Potosi negli ultimi anni sta diventando una meta turistica e ci sono gallerie ben organizzate con luce, aria pompata dall’esterno e comodi cunicoli che evitano disaggi ai turisti che voglio provare l’ebbrezza di dire “siamo stati dentro una miniera”.

Noi scegliemmo una “vera” galleria, dove i minatori lavoravano nelle stesse condizioni dei loro predecessori. L’esperienza fu terribile: il caldo ed il freddo che si alternavano improvvisamente erano insopportabili e l’aria stagnante faceva girare la testa; il sapere poi che sopra la tua testa, dove camminavi ed ai lati c’era roccia viva ti faceva sentire dentro una tomba, come nel romanzo di Edgan Allan Poe “La Sepoltura Prematura” (1844)

Ad un certo punto, dovendo entrare in un cunicolo per accedere ad un’altra camera di lavoro, provai panico e sensazioni di claustrofobia. Posai la telecamera e chiesi al medico che ci accompagnava dell’ossigeno. Mentre respiravo dalla mascherina, una unica per tutto il gruppo e forse per tutti i 18.000 minatori del Cerro Rico, avevo voglia di tornare indietro ed uscire ma poi l’istinto del documentarista ebbe la meglio su di me facendomi decidere di proseguire a filmare dentro la storica miniera d’argento di Potosi, anche perché non ero sicuro che il destino mi avrebbe concesso una seconda possibilità. Presi coraggio, feci un profondo respiro, mi misi a gattonare percorrendo i 15 metri che mi separavano dall’altro cunicolo per continuare la mia avventura.

Feci interviste ai minatori, filmai il loro lavoro, masticai con loro le foglie di coca e provai un po’ dell’angoscia che si prova il primo giorno di lavoro.

Potrei continuare per ore a raccontare l’avventura della miniera, ma sarebbe inutile perché leggere di queste condizioni a cui si è sottoposti stando rilassati sul divano è come correre la maratona di New York in sella ad una motocicletta.

Dopo tre ore terminammo la visita ed uscimmo. I polmoni mi facevano malissimo perché stavo respirando nuovamente aria pulita e gli occhi proiettavano macchie di luce per il fatto di essere stato troppo al buio. Tornai in albergo, chiamai mia moglie e poi mi feci una doccia per levarmi di dosso la polvere e l’amarezza. Sotto il getto d’acqua mi misi a piangere per quanto mi sentivo codardo: mentre una visita di tre ore mi aveva messo in disaggio, un minatore stava per anni, ogni giorno per molte ore a lavorare dentro le viscere del Cerro Rico e magari si lamentava unicamente la sera di fronte ad una birra, unico lusso che poteva rendere un po’ piacevole la sua esistenza.

Tornato in Italia, passai i successivi venti giorni a montare un video che intitolai “I minatori del Diavolo, le miniere di Potosi” per partecipare al concorso premio Ilaria Alpi che poi fu vinto da un documentario sui bambini rumeni: la Romania era entrata a fare parte dell’Europa e quindi faceva moda.

Ho fatto vedere quel video a molte persone e spesso mi hanno chiesto una copia per mostrarla ai figli anche perché trattavo dei niños mineros, i bambini minatori che ero riuscito a riprendere di nascosto. Mostravo una realtà che si conosceva ma si ignorava. Un controsenso del nostro ipocrita modo di sentirci cittadini del mondo.

Devo dire che il video era anche arricchito dal testo scritto proprio da Maurizio Angeloni: non solo mi aveva spedito dentro una sala operatoria, non solo aveva curato il mio mal d’altura con le foglie di coca, non solo mi aveva dato la possibilità di vivere questa esperienza… aveva scritto anche un testo a metà tra il poetico ed il giornalistico, che catturava l’attenzione e si sposava bene con le immagini.

Durante le vacanze estive del 2008, mentre mio figlio Marco scalciava dentro la pancia di mia moglie, ho acceso il computer ed ho cominciato a scrivere qualche pensiero che il ricordo oramai lontano della mia visita al Cerro Rico mi ispirava. Pensavo di farne un soggetto per un film, poche pagine che successivamente dovevano essere sviluppate in maniera completa. Invece le dita hanno battuto sulla tastiera in continuazione per tutta l’estate, fino a che non è uscito un romanzo che ho intitolato Figli della Miniera. Non ho la pretesa che diventi un best seller ne’ che sia ammesso nell’Olimpo dei libri cult. Mi piacerebbe solamente che qualcuno, leggendolo, riuscisse a provare un po’ di compassione per quei bambini che per sopravvivere sono stati obbligati a diventare grandi prima del tempo.

La storia non la racconterò qui, non è questa la sede, ma posso darvi un’idea: l’idea di soggiogare qualcuno ai propri voleri è sempre stata presente nell’animo umano ma anche il voler migliorare le proprie condizioni di vita ci appartiene. E’ un modo come un altro per distinguerci dagli animali.

Annunci