Ogni volta che entravo in quel negozio, l’odore della cannella mi accarezzava le narici che subito guizzavano come cani da caccia davanti alla preda. Anche d’inverno il posto era caldo perché il grande forno a mattoni era costantemente acceso per cuocere quello che preparava per conquistare, almeno di gola, i propri clienti.

Dico “di gola” perché essere conquistati da lei era facile: il suo sorriso era la trasposizione umana del sole che la mattina sveglia le persone felici e gli occhi erano come le stelle che la notte i marinai si fermano a guardare sul ponte della nave. E poi la sua dolcezza era pari alle prelibatezze che cucinava e quando i suoi occhi si posavano su di te, non potevi che sentire il cuore che veniva avvolto da una sciarpa di lana tenera che lo faceva scaldare subito.

Il negozio di dolci era in un certo senso l’attrazione di quella piccola via di città dove la vetrina sempre colorata dalla mille glasse, attirava bambini che si fermavano a sognare davanti a quei dolci che poi dolcemente, venivano offerti da lei ricevendo in cambio grida di gioia che sottolineavano ancora di più il suo sorriso pieno d’amore per la vita.

Adesso ero in piedi davanti al bancone.

Lei era di spalle e non mi aveva sentito entrare. Il mio cuore, come sempre avrebbe ricevuto uno sbalzo quando avrei incrociato i suoi occhi. Mi preparavo sentendo l’adrenalina salire, come se stessi per lanciarmi da un ponte. L’orologio a pendolo ticchettava ritmicamente come a ricordarmi che i secondi che passavo senza guardarla e parlarle erano secondi che perdevo irrimediabilmente nella mia vita.

Ed eccola che finalmente si gira a guardarmi.

Non ho mai percepito il vero movimento di lei perché le azioni sempre gentili la facevano apparire a rallentatore. Il ciuffo di capelli sempre nascondeva l’occhio destro che quasi sembrava inutile lo avesse. Si accorse di me e le labbra si arricciarono a sorridermi, mettendo in mostra i denti in un sorriso ancora più radioso.

Il cuore si fermò come tutte le volte e tra un battito di ciglia ed un altro il tempo tornò per l’ennesima volta indietro a quando ci eravamo conosciuti.

Pioveva quel giorno.

Io ero seduto a riparare il violino della signora Amici che lo aveva portato per l’ennesima volta pensando che le note che uscivano fastidiose da quello strumento fossero causate da un problema alle corde ed alla cassa acustica e non dal figlio che nonostante anni di lezioni ancora non aveva capito di essere totalmente negato per la musica.

Il mio negozio da liutaio puzzava di colla ed era estremamente silenzioso ed illuminato solamente da una lampada al soffitto ed una piccola abat-jour, letteralmente uno “smorza luce”, che mi permetteva di non stancarmi gli occhi e notare ogni piccola imperfezione degli strumenti che mi accingevo a costruire o riparare.

Oltre alla colla si sentiva l’odore del legno di ciliegio o di abete rosso della Val di Fiemme con cui realizzavo la tavola armonica i cui trucioli prodotti quando operavo con il piccolo strumento chiamato sgorbia, cadevano a terra e vi restavano come un tappeto prezioso fino a che la mia vecchia scopa di saggina li ammonticchiava da qualche parte pronti ad alimentare la stufa.

Ero un liutaio figlio di arte: mio padre lo era stato prima di me, così come mio nonno ed il mio bisnonno e da loro, oltre all’arte, avevo appreso la dedizione al lavoro che mi spingeva spesso a non alzare gli occhi anche per parecchie ore.

Mi accorsi di lei soltanto perché un po’ di luce in meno filtrava dalla vetrina e quel microscopico abbassamento non sfuggiva al mio occhio attento anche alle imperfezioni millimetriche di un asse di legno.

Aveva trovato riparo sotto la mia tenda perché attraversare la strada con quella pioggia e le pozzanghere che si erano formate, profonde quanto un lago per lei che aveva delle scarpe leggere, poteva essere più motivo di un raffreddore che non di dedizione al lavoro.

E poi con quel tempo i bambini non andavano a giocare per la strada, le signore non avrebbero fatto acquisti e la legna sarebbe stata troppo umida per alimentare il forno.

La guardai per un poco quasi infastidito dal fatto che stesse rubando quel poco di luce che nostro Signore faceva entrare dalla finestra, ma poi pensai che non sarebbe mai stato cortese da parte di un uomo far raffreddare una donna che chiedeva, seppur indirettamente, riparo.

Mi alzai dalla sedia, tolsi il grembiule in cuoio che evitava di sporcarmi, e mi avvia verso la porta del mio negozio che, come sempre, era chiusa a chiave per evitare che qualcuno violasse la mia piccola privacy che tanto mi era preziosa.

<<Signorina, vuole entrare che fa freddo?>> dissi con gentilezza.

Lei si girò e mi guardò ed educatamente accettò il mio invito seppur con formalismo in quanto non ci conoscevamo. Eppure i nostri due negozi erano frontali ma come purtroppo sempre più spesso accade in questo mondo, le cose si guardano ma non si vedono.

La feci accomodare scusandomi del fatto che non c’erano poltrone comode ma solo sedie di legno impagliate che ritenevo comode per il lavoro e scomode per la gente che veniva a perdere tempo.

La sua eleganza nei movimenti era quasi eterea e si addiceva bene ad una donna che passava le sue giornate ad impastare e creare dolci con la sfida di farli sempre più buoni.

Ci presentammo con educazione e scambiammo poche chiacchiere di cortesia prima di congedarmi con gentilezza per tornare al mio lavoro, per paura che la signora Amici arrivasse e non trovasse il violino da far torturare al figlio.

<<Resti tutto il tempo che vuole>> le dissi con un sorriso facendole notare che la sua presenza non sarebbe stato per niente un fastidio.

Mi chiese allora se poteva assistere ed io acconsentii, inforcando poi gli occhiali e prendendo in mano uno strumento dalla punta piatta per aprire leggermente la cassa armonica dello strumento.

Lei si avvicinò in silenzio, come un leggero vento che soffia ma non è fastidioso, e si mise e guardare quello che facevo con vivo interesse che chiunque avrebbe capito non essere falso.

Mi chiese allora in cosa consistesse nello specifico la mia arte ed io spiegai di essere un liutaio, ovvero un fabbricatore o riparatore di strumenti a corda con violini o chitarre.

Da alcuni pezzi di legno, con giorni di lavoro ed una buona dose di pazienza, realizzavo degli strumenti che in mano a suonatori esperti avrebbero cantato melodie che potevano provocare emozioni a chi era in grado di recepirle.

Soprattutto, notai che restava incantata da quello strumento dal manico di legno e lama chiamato sgorbia con cui facevo dei piccoli intarsi.

Decisi di dedicarmi un momento a lei anche perché se avessi lavorato chiacchierando sicuramente avrei fatto qualche errore e non potevo in nessun modo permettermelo.

Scelsi dagli scarti un piccolo pezzo di legno che inserii all’interno di un tornio meccanico. Girando velocemente, con l’uso di alcuni strumenti affilati, si poteva dare un corpo circolare al legno ed io creai un piccolo cilindro smussato da un lato. L’altro lato invece lo lasciai grezzo.

Tolsi dal tornio il pezzo di legno e lo posizionai all’interno di una morsa per non farlo muovere; presi il mio sgabello e mi sedetti davanti con una serie di sgorbie e ceselli.

Lavorai per circa mezz’ora chiacchierando intanto con la mia ospite che solo alla fine si accorse di aver visto nascere da un pezzo di legno, una rosa. Michelangelo Buonarroti era solito dire che il suo lavoro era levare il marmo di troppo che nascondeva la statua.

E come un piccolo Michelangelo, con molta presunzione, avevo tirato fuori una rosa da un pezzo di legno grezzo ed ora la stavo regalando a lei che divenne rossa in viso.

<<Ha smesso di piovere>> dissi io per evitare quel momento di imbarazzo che si stava lentamente creando tra di noi, parole di cui subito mi pentii perché furono accolte come un invito ad andare via.

E fu quando la porte si chiuse alle sue spalle che mi misi a guardarla mentre si allontanava con un certo senso di vuoto dentro di me, come se quel momento di confidenza che si era creato sarebbe dovuto durate ancora più a lungo.

Attraversò la strada e tirò fuori dalla borsa le chiavi che aprirono la porta del suo negozio. Continuai a seguirla con lo sguardo, lei che accendeva la luce, si levava la giacca, si metteva il grembiule e spariva nel suo laboratorio pronta a metter mani ad uova, farine e latte per creare.

E mi sembrava, ma era solo un’impressione, che delle volte avesse volto lo sguardo nella mia direzione, per poi lasciarsi andare ad un sorriso che le illuminava il viso.

C’era il sole quel giorno.

Stavo tirando le corde del contrabbasso che poi con l’aiuto di un diapason avrei accordato per rendere la sua melodia calda al punto giusto. Come sempre mi estraniavo da quello che mi circondava, ecco perché non mi ero accorto di un leggero rumore ritmico che veniva dal vetro della porta.

Lei stava bussando con la sua piccola mano e, come sempre, sorrideva. Aveva in mano una bustina di carta e già sapevo che lì dentro c’era una leccornia appena sfornata. Quel piccolo rituale si ripeteva ogni giorno oramai da parecchio tempo e mi piaceva.

La pasticcera, ogni giorno, preparava dei dolci e poi ne prendeva due, quelli che secondo lei erano venuti meglio, e li portava nel mio laboratorio che intanto avevo attrezzato di una piccola caffettiera.

Facevamo colazione in quel modo con dolci e caffè che avevano pochi minuti di vita e pochi ancora ne avrebbero avuti sotto i nostri denti. Ogni tanto le facevo sentire qualche cosa con il violino o violoncello e lei poi batteva le mani per l’approvazione ed io ero felice per due motivi: il primo perché l’avevo fatta sorridere ed il secondo perché la mia sgorbia aveva saputo rendere quel legno un essere vivente.

Dopo aver fatto colazione, passavamo qualche minuto insieme a parlare prima di immergerci nuovamente nel nostro lavoro di ogni giorno sapendo che avremo rivolto ogni tanto lo sguardo all’altra vetrina, immaginando cosa l’altro stesse facendo.

Invece quel giorno, lei si fermò e mi guardò grave negli occhi.

Prese una sedia e si accomodò, perché aveva bisogno di parlarmi. Aveva ricevuto un ordine particolare da un personaggio a cui non poteva dire di no e non voleva in nessun modo deluderlo: avrebbe dovuto inventare per lui, in occasione dell’anniversario di matrimonio, un dolce nuovo.

<<Non ti preoccupare, sono sicuro che riuscirai ad inventarti qualche cosa>> le dissi sicuro delle mie parole perché avevo imparato a conoscere la sua bravura anche se lei aveva il vizio di sottovalutarsi.

Ma non era una confidenza quella che mi stava facendo ma la richiesta di aiutarla.

Era tardi quella sera.

Tutti i negozi avevano chiuso e nella via non passava nessuno a parte il cane randagio che andava a trovare riparo sotto i portici della chiesa sapendo che avrebbe trovato una scodella di mangiare.

Io e lei eravamo nel suo laboratorio a sfogliare ricette di dolci e guardarci intorno sperando che gli ingredienti uscissero da soli dagli scaffali ben ordinati per venire a mettersi dentro la ciotola.

<<Cosa sai di lui?>> chiesi.

Lei ne sapeva ben poco, perché il cliente non era molto d’accordo a parlare della sua vita privata. Sapeva che amava la sua donna e che per lei avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di renderla felice.

<<Qual è l’espressione più bella dell’amore?>> le chiesi guardandola negli occhi. In quel mente la radio rispose per noi con la canzone di Nesli “un bacio a te” ed entrambi capimmo che era perfetta come risposta.

Lei si alzò perché aveva avuto l’intuizione giusta, prese gli ingredienti e cominciò a fare della pasta frolla che riempì internamente di nocciole e cacao amaro. Quando la massa fu pronta per essere lavorata pensammo alla forma da dargli, una forma che non desse l’immagine del solito biscotto che si trova su tutti i banconi.

<<Ho un’idea>> dissi io uscendo ed andando nel mio laboratorio a prendere le mie sgorbie.

Rientrai dopo pochi minuti, mi misi seduto e dopo aver preso la massa e avergli dato una forma primitiva, iniziai a fare delle incisioni verticali per metà della lunghezza che poi aprivo.

Lavorai per circa dieci minuti fino a che non ottenni una rosa.

Lei era soddisfatta del risultato e quando lo mise in forno si mise a saltellare come una bambina che aspetta l’ora giusta per aprire il regalo di Natale.

I minuti passavano lenti e non avevamo minimamente idea di quello che sarebbe stato il risultato. Intanto avevamo sciolto del surrogato di cioccolato e preparato della granella di zucchero.

Quando il campanello del forno suonò, lei indossò le presine per la teglia e tirò fuori la rosa di pasta frolla su cui fece colare il cioccolato fuso e la granella di zucchero.

Poi lo mise sul piatto che posizionò al centro del tavolo. Per rendere un po’ di pathos, spense tutte le luci ed accese una candela che debolmente illuminava la creazione.

<<Come lo chiamerai?>> chiesi io e lei disse che “il bacio d’amore” poteva essere il nome più appropriato.

E poi fu il momento di assaggiare questo bacio e lei dette il primo morso sporcandosi leggermente il labbro di cioccolato. Chiuse gli occhi dicendo che era delizioso, perché condito con l’amore ogni cosa era buona.

<<Forse questo è un bacio buono da mangiare>> dissi io mentre le pulivo il labbro. Lei finì di masticare il dolce mentre posava il resto sul piatto, senza mai levarmi gli occhi di dosso.

Io mi avvicinai di più e con la mano destra, accarezzai il suo viso per poi tirarla a me ed avvicinare le labbra alle sue che prima si unirono dolcemente e poi si schiusero facendo incontrare le nostre lingue.

Qual bacio quasi traballante per la posizione che avevamo assunto in maniera precaria perché improvvisa, era il bacio più bello che avessi mai dato.

Ogni volta che entravo nel negozio di dolci, l’odore della cannella mi accarezzava le narici che subito guizzavano come cani da caccia davanti alla preda. Ero in piedi davanti al bancone. Lei era di spalle e non mi aveva sentito entrare. Il mio cuore, come sempre avrebbe ricevuto uno sbalzo quando avrei incrociato i suoi occhi. Mi preparavo sentendo l’adrenalina salire, come se stessi per lanciarmi da un ponte. L’orologio a pendolo ticchettava ritmicamente some a ricordarmi che i secondi che passavo senza guardarla e parlarle erano secondi che perdevo irrimediabilmente nella mia vita.

Ed eccola che si girava.

Il mio cuore si fermava nuovamente perché non ne avevo assolutamente bisogno. Bastava il suo per tutti e due.

Lei mi guarda e sorride prima di levarsi il grembiule e correre da me per abbracciarmi forte e stringermi.

Lavoriamo a pochi metri di distanza ma ogni volta che troviamo un momento per vederci, anche più volte durante il giorno, la scena è sempre la stessa: due innamorati che si amano.

“Il bacio d’amore” era ricordo del passato ma il nostro bacio di allora fu il più bello di tutti i baci che le persone si erano scambiati nel mondo.

Perché se due persone condividono un percorso ed affrontano con successo un problema, fosse la creazione di un dolce come lo scalare una montagna, significa che il loro amore è puro.

Ed il loro bacio, il più bello di tutti.

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