Ricordo ancora cosa significasse entrare in camera oscura.

Avevo 5 anni, i miei occhi non avevano ancora visto il mondo che non fosse quello del paese dove sono cresciuto, ma sapevo distinguere bene l’odore dei componenti chimici che mio padre metteva nei contenitori. Entravamo solo la sera, dopo cena, in quel microscopico sgabuzzino che aveva creato nell’intercapedine di un corridoio.

Prendeva i rullini, li apriva stando ben attento che ci fosse accesa la luce rossa che non rovinasse nulla, e cominciava il suo laborioso iter. Io non lo capivo, non sapevo spiegarmelo, ma adoravo quella sensazione ed aspettavo come il Natale che quelle lunghe strisce colorate venissero appese al lampadario con le mollette di legno e con le normali bollicine di sapone che restavano dopo il bagno chimico e che creavano piccoli arcobaleni che solo gli occhi di un bambino sanno vedere.

Mi piaceva camminarci in mezzo ed annusare quel profumo chimico ed aspettavo anche che mio padre, pazientemente, le mettesse nei telai e poi le proiettasse sul muro di casa, accompagnate dal classico rumore della ventola di raffreddamento e dal clangore del meccanismo che cambiava diapositiva.

È nato forse lì, in quelle circostanze, l’amore per la fotografia e la voglia di scoprire cosa fosse perché sentivo che molte soddisfazioni mi avrebbe dato nella vita.

E poi i momenti in cui giocavo con la macchina fotografica insieme a mio fratello Attilio, una vecchia Hassemblad grande formato che proiettava le immagini all’incontrario; e potevo mai immaginare che quel “trucco” avesse spaventato diversi secoli prima, circa nel 2000 a.C., un pastore tuaregh che vide il proprio animale riflesso (capovolto) nella parete della sua tenda?

Lo spaventò ma anche incuriosì tanto che furono poste le basi di conoscenza della camera oscura.

La prima fotografia ad una rosa nel giardino di casa di un’amica con una reflex a 35mm che mi fu regalata con la dedica

Se è la tua prima foto, sei stato bravo

Ed il piacere di vederla per molto tempo, diventando un segnalibro dei libri che studiavo proprio per apprendere bene come scrivere con la luce perché questo significava la parola fotografia.

Ma il trampolino di lancio della futura carriera fu la mancia datami da uno zio per la promozione che venne investita per comprare la mia prima reflex: una Yashica FX3 super 2000 con ottica 50mm.

Era una macchina molto primitiva, senza automatismi se non un piccolo sensore che mi indicava quando la luce poteva andare bene oppure era poca o troppa. La mia compagna di avventura mi accompagnava nella scoperta delle tecniche e del mondo, con un rullino comprato al posto delle figurine dei calciatori e di sviluppi fatti o pagati al laboratorio di mio padre per ricompensarmi di un buon voto preso a scuola.

E la prima fotografia di notte, che impegnò quasi 7 ore di esposizione e la magia di vedere dopo qualche giorno, perché con la pellicola le foto non si vedevano subito, le stelle che disegnavano dei cerchi nel cielo e la casa che avevo davanti alla finestra della mia camera che veniva illuminata dalla luna e dall’alba insieme.

Ecco cosa rappresentò per me la fotografia. Una forma di espressione diversa. Un modo per rappresentare il mondo in maniera diversa di come lo vedevano gli occhi normali. E per farlo cominciai a studiare sempre di più, a cercare di capire cosa i miei occhi o gli occhi delle altre persone cercassero.

Cominciai a studiare l’affascinante storia della fotografia, i libri di tecnica e le riviste specializzate del settore. Imparai a guardare le altre fotografie e capire perché mi piacevano oppure no. Imparai ad osservare le cose sotto diversi stili, facendo anche piccole opere di esercizio come fotografare una semplice rosa rossa cercando di renderla affascinante.

Un percorso il mio, durata più di 10 anni, che mi ha portato ad entrare nell’albo dei fotografi professionisti ed a vedere esposte alcune mie foto. Magari scattate con la mia attrezzatura Contax o con una semplice macchinetta compatta amatoriale senza alcun problema perché la tecnica e le inquadrature erano le stesse.

E poi che bella parola: inquadratura.

Come un moderno scultore, levavo il marmo di troppo in quello che vedevo per rendere più bello ed interessante la mia fotografia, evidenziando solo le parti belle. E poi guardavo la fotografia che scattavo, la criticavo, capivo gli errori e le rifacevo.

Stando ben attento a non farne troppi (di errori) perché la fotografia era anche un piccolo gioco costoso, soprattutto quando si faceva a livelli medio-alti.

Cominciai a fare i miei primi reportage, mi furono commissionati i primi cataloghi, le foto per delle riviste e poi i matrimoni che rappresentavano un buon allenamento per ogni fotografo. Ed ogni foto aveva un senso, un perché, un significato che andava dato.

Un mio amico e maestro, Enrico Meloccaro, mi diceva sempre che

la fotografia è come esprimere un concetto usando una parola sola

un giochino che oggi si trova spesso su facebook ma che NOI fotografi adottavamo ogni volta che premevano il tasto dello scatto.

Un Amore grande ma poi tradito dal digitale e, peggio ancora, dai cellulari.

Una volta erano pochi i fotografi che lavoravano a livelli professionali perché le attrezzature erano costose e solo i bravi potevano permettersele, mentre gli amatori avevano macchine più umili che comunque accontentavano le aspettative.

L’avvento del digitale non fu preso come un modo per scattare fotografie mantenendo intatte le regole standard di una buona fotografia abbattendo comunque i costi ed i tempi: più foto, meno errori, consegne quasi immediata.

Il digitale fu preso come il modo di abbattere una barriera tra il professionista e l’amatore: chi aveva una macchinetta digitale scattava un elevato numero di fotografie sicuro che nel mucchio, per legge statistica, almeno una buona sarebbe venuta. Con qualche programma di ritocco faceva opera di post-produzione che trasformava una foto decente in guardabile.

Oppure da vergognosa a decente.

Si cominciarono ad infrangere le regole basilari della fotografia, giustificando le incompetenze tecniche come scelte artistiche che nulla avevano di artistico.

E l’abbattimento dei costi cominciò ad influire anche sull’offerta di fotografi in giro, che realizzavano servizi a poco prezzo, delle volte anche decenti, a prezzi che eguagliavano quelli di una pizzeria a taglio.

E’ con il digitale che il concetto di fotografia e fotografo sono morti.

E’ con i cellulari, sempre più tecnologici quanto mal usati, che le persone hanno cominciato a proclamarsi a gran voce fotografi, eredi di Steve Mc Curry o Robert Caputo solo perché la foto rende bene sui social network. E non è che i fotografi professionisti non usano il digitale anzi, è un valido modo per eseguire ancora meglio le loro creazioni artistiche.

Qualcuno ha anche realizzato delle mostre utilizzando le foto fatte dall’iPhone che comunque, in mano ad un professionista, sa realizzare buone cose.

La fotografia forse non è morta ma è agonizzante. Vedo la mia Contax N1 o la mia Yashica FX3 Super 2000 che mi guardano dalla vetrinetta e mi chiedono di partire per nuove avventure. Le accarezzo delle volte, prima di aprire la borsa che contiene la mia Nikon D3. La guardo con i suoi pulsanti, le sue rondelle ed il monitorino digitale che serve per farmi visionare immediatamente. Il vano della card e l’attacco USB per collegarlo al computer.

E penso al tuaregh che vide proiettata l’immagine del cammello riflettendo che dentro la camera oscura, il cellulare deve restare spento.

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