Non credo sia facile essere felici quando la vita non ti sorride. Nasci povero, alle pendici di una miniera,  non sai chi sono i tuoi genitori e non sa cosa e se mangerai un giorno.

Eppure Hernann il piccolo minatore protagonista del romanzo Figli della Miniera ha una vena infinita di felicità che sembra non esaurirsi mai. Lo è appena sveglio, lo è finito l’orario di lavoro, lo è anche a causa di una buona parola detta quasi per caso. Di lui apprezzo il suo ottimismo, anche quando non c’è nulla di cui essere ottimista.

Inventare il suo personaggio non è stato facile, perché non mi volevo affezionare.

Hernann non esiste se non nella finzione

continuavo a ripetermi per autoconvincermi, opera difficile perché tra me e lui era subito nato affetto. Descrivere lui è come descrivere mio figlio Marco, che già da dentro la culla ti accoglieva la mattina con il più radioso dei sorrisi.

Hernann è un cucciolo di leone che deve crescere, che ha nel suo animo una forza senza eguali che, nel momento opportuno, lo trasforma in un leader carismatico,  capace di decidere la vita, per la vita, dei suoi colleghi.

Voglio bene ad Hernann, visto che letterariamente è stato concepito insieme a mio figlio Marco: ecco perché ho avuto una pausa lunga durante la stesura. Non volevo farlo morire.

Perché nella prima versione di Figli della Miniera, Hernann moriva. Ma questo non poteva accadere, per questo mi ero fermato ed avevo aspettato, rimandando giorno per giorno, la conclusione.

Poi mia moglie mi ha fatto riflettere, capire il gap, ed il romanzo si è concluso nel migliore dei modi,  l’unico che potevo permettere per mio figlio letterario.

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