I documenti sembrano non lasciare troppi dubbi: la presenza armena in terra pugliese fu stabile già a partire dal 1087 quando Corcucio l’armeno risultò essere tra gli organizzatori della traslazione dei resti di San Nicola da Myra (Turchia) a Bari ed è forse proprio per questo motivo e per la storia passata e sconosciuta che i Turchi oggi vogliono tornarne in possesso.

Questo popolo, anticamente sorto all’ombra del monte Ararat, ha una storia sia affascinante che tragica: una storia fatta di leggende, tradizioni e strazi.

Alcuni studiosi nel 1984, seguendo un metodo statistico sull’evoluzione della specie umana e della lingua, arrivarono ad individuare l’origine delle popolazioni proto-indo-europee proprio nelle alture dell’Armenia. La vicinanza al biblico monte Ararat che in lingua armena significa luogo creato da Dio, dove Noè di incagliò con l’Arca, rende gli armeni “genitori putativi” di tutta l’umanità.

In Puglia la prima comunità stabile nacque nel 1824 in via Amendola. Prima di questa data le disavventure subite da questi uomini furono paurose. Presi di mira ed invasi nel loro territorio oppure trucidati. L’episodio più pesante è stato il genocidio del 1915 ancora oggi negato dai turchi che furono i carnefici di 1.500.000 di anime. Volendo sdrammatizzare, cercando a tutti i costi un aspetto positivo in queste disavventure, non possiamo dimenticare che se oggi sulle nostre tavole abbiamo le albicocche (prunus armeniaca) lo dobbiamo proprio alle campagne romane del 72 d.C.

L’Armenia oggi è un fazzoletto di terra ma anticamente la sua estensione era sconvolgente e stuzzicava le ambizioni degli altri regni.

Ma non sarà la storia antica a distogliere la nostra attenzione e torniamo quindi alla Puglia ed andiamo a Bari.

Siamo in via Amendola. In un viale che porta alla scuola materna delle suore Clarisse. Non è tanto la prima insegna sulla destra dell’ingresso a dare all’occhio quanto la seconda, scritta in caratteri armeni: “Nor Arax”, il nuovo Arax, in omaggio al fiume che scorre per 1072 km alle pendici del monte Ararat e che segna il confine tra Turchia, Armenia, Iran e Azerbaijan.

Quando fu realizzato nel 1924 era un piccolo villaggio di 6 baracche di legno dove trovarono rifugio alcuni degli armeni approdati nel porto di Bari dalla Grecia dove si erano rifugiati per sfuggire alle stragi di Smirne del 1922, epilogo del già citato genocidio, detto anche “Medz Yeghern”, il Grande Male.

Il villaggio fu fondato ed organizzato anche grazie al poeta armeno Hrand Nazarianz. Il nome lo conosciamo solamente perché la via che porta al cimitero ed agli uffici giudiziari è intitolata a lui che a pieno titolo poteva essere considerato un cittadino onorario di Bari, dopo che vi si era rifugiato nel 1913 per sfuggire in Turchia alla sua condanna a morte sposando la ballerina Maddalena De Cosmis di Casamassima.

Trovare quel che resta del villaggio è difficile e quasi per caso sono arrivato alla mia meta dopo più di mezz’ora di peregrinazione. Suor Elisabetta Rosa della Clarisse di San Francesco e Santa Chiara mi accoglie e mi fa parcheggiare dentro il recinto della scuola per poi accompagnarmi a vedere i resti della piccola Chiesa oggi trasformata in magazzino. Meno cordiale e deciso è il signor Lilosian (il nome non ho avuto il coraggio di chiederglielo), figlio di uno degli armeni che ancora oggi occupa le baracche verdi. Mi vieta di fare le fotografie alla sua casa per poi lamentarsi del fatto che a causa di alcuni vincoli architettonici ed ambientali non possono trasformare quelle baracche in alloggi decenti. Le erbacce alte e la vernice scrostata sono un segno di protesta, di rassegnazione o di menefreghismo?

I nomi “Lilosian” e “Adagian” fanno bella mostra nei moderni citofoni che stonano con l’ambiente antico e trascurato, così come “stonano” i due grossi cani da guardia che dopo aver parlato con Lilosian, appaiono magicamente lungo il recinto (una coincidenza che poco sa di coincidenza). Questo comportamento si discorda con la leggendaria cordialità armena che ho avuto più volte modo di conoscere ed apprezzare.

Nel 1924 la storia commosse l’opinione pubblica e gli enti si mossero per farli sentire a loro agio in questa nuova terra e fargli dimenticare, per quanto possibile, il loro dramma. L’Acquedotto Pugliese realizzò una fontana pubblica per rifornirli d’acqua potabile ed il Governo concesse loro dei padiglioni posti sul terreno acquistato dall’ANIMI (Associazione Nazionale degli Interessi del Mezzogiorno) dove poterono esercitare l’arte della tessitura di tappeti di cui erano maestri.

Pregiati manufatti che furono acquistati da diversi enti per essere posti negli edifici istituzionali. Anche l’Acquedotto Pugliese non seppe fare a meno di comprarne diversi che ancora oggi sono posti in bella mostra nell’edificio di via Cognetti.

La famiglia Timurian (ogni cognome che finisce per “ian” o “yan” è sicuramente armeno) ha continuato questa tradizione e nei punti vendita di via Putignani e via Napoli a Bari chiunque può entrare, parlare con Rupen e portarsi a casa un po’ di antica Armenia.

Il tempo, come un nobile signore, ha fatto rimarginare le ferite inflitte a questa etnia ed anche la labile memoria della gente ha dimenticato. Ma la storia può essere scordata non cancellata ed a Bari, come nella Puglia, la vita degli armeni si è integrata con la nostra così come alcuni cognomi sono di origine armena e di certo non di storia recente.

La diaspora armena in Italia è composta da circa 6.000 persone. Li troviamo a Milano, a Venezia, a Roma (sede del Collegio Pontificio e della comunità di riferimento per tutta Italia – http://www.comunitaarmena.it) ed appunto Bari.

Passeggiando per la città non è difficile trovare qualche traccia nascosta della presenza passata. Come il “khatchkar”, la croce di pietra simbolo tipico dell’Armenia opera dell’architetto Ashot Gregorian scolpita nel 2001 su commissione della Regione Puglia e posta davanti alla Basilica di San Nicola.

La stessa Basilica sembra essere sorta dove era fu edificata dall’armeno Mosese nella Corte del Catapano intorno all’XI secolo la chiesa di San Giorgio degli Armeni.

Dal sito www.paginebianche.it proviamo a contare quanti cognomi di origine armena ci sono a Bari e provincia ed il risultato è sorprendente: Amoruso, i cambiavalori in armeno (354 utenti), Armenise (278 utenti), Armenti (9 utenti), Caccuri (4 utenti), Pascali (20 utenti), Susca (28 utenti), Trevisani (1 utente), Zaccaria (36 utenti); non teniamo logicamente conto che questi sono solo gli utenti che hanno un’utenza telefonica fissa o che siano capifamiglia e non mogli e che quindi non possono trasferire il proprio cognome ai figli.

Anche chi scrive ha scoperto di avere un cognome fantasiosamente armeno: la parola “parib” in armeno significa “buono” ed il mio cognome è Pariboni.

“Se Parigi avesse il mare, sarebbe una piccola Bari” sento spesso dirmi dai miei parenti di Rieti ed allora proviamo a creare un nuovo proverbio che potrebbe essere “se Bari avesse l’Ararat, sarebbe una piccola Armenia”

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