Puoi vedere altre fotografie sugli eventi di Parigi nella mia pagina Flickr. Sono in bianco e nero, perché lascio a te la possibilità di immaginare i tuoi colori

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Perché la morte non deve avere colori? Perché la immaginiamo solo di bianco e di nero, senza nessuna sfumatura colorata? Eppure, se il titolo del film di Denis Frison è azzeccato, la morte puttana ha i suoi colori e sono anche belli.

Perché come una prostituta si trucca con maniacale perfezione per compiere il suo lavoro anche se controvoglia, con colori forti, accattivanti, violenti.

Sono i colori del sangue che macchia il pavimento ed i teli bianchi. Sono i colori dei lampeggianti delle ambulanze e della auto della polizia. Sono i colori delle divise che intervengono ad aiutare chi ancora è vivo. Sono i colori dei fiori posati a terra a ricordo di quello che non sarà mai.

Sono questi i colori della morte.

Ma non si respira la morte a Parigi. Ormai si è dissolta nell’aria come il fumo delle armi e delle bombe che si sono abbattute contro degli innocenti.

Non si respira l’odio, perché nessuno vuole fare il gioco dei terroristi: lo chiede il sindaco di Parigi Anne Hidalgo ma prima di lei lo chiedono i superstiti degli attentati oppure i famigliari delle vittime.

Non si respira paura, perché la dignità cammina come un’amica tenendoti per mano e tranquillizzandoti anche quando la tua stessa ombra sembra che stia per saltarti addosso.

Fa freddo, il normale freddo del novembre parigino identico a quello di tutto il mondo: si indossano cappotti e cappelli, si beve vino caldo all’angolo della strada, si cerca il calore della casa.

Ma il popolo francese ora non cerca il tepore di una stufa o un riparo sicuro; esce per strada a testa alta e vuole trovare il fratello, l’amico, il conoscente ma anche lo sconosciuto; ed è forse proprio di quest’ultimo di cui ha più bisogno.

Le ferite sono ancora aperte: è presto per dimenticare quello che non può essere dimenticato. In giro per Parigi, la gente sembra vivere normalmente: la vedi andare a lavoro, a comprare la baguette, a prendere il caffè, a parlare al telefono e ridere.

Ma quando trovi i piccoli santuari eretti a ricordare luoghi dove prima del 13 Novembre qualcuno si divertiva e non pensava a nulla, ti accorgi che il discorso cambia radicalmente. Ti accorgi che l’equilibrio di una vita normale è stato stravolto e quei gesti che sembrano spontanei, non lo sono per nulla.

C’è silenzio, composto e rispettoso. Il colore dei fiori crea una leggera cacofonia di pensieri ed un po’ stona perché se tanti colori sono belli da guardare, al tempo stesso sono gli stessi che ti dicono

Guarda che qui è morto qualcuno.

Cerco lo sguardo delle persone per percepire le loro emozioni e dopo diversi giorni ancora vedo occhi lucidi. Occhi di chi piange per ricordare lo sconosciuto con cui non ha mai camminato insieme e mai più avrà l’occasione di farlo.

Un gruppo di ragazze, con le unghie colorate come la bandiera francese accendono dei lumini e li posano insieme agli altri a terra: anche in loro c’è emozione e smarrimento e non apprezzano molto la macchina fotografica che vuole immortalare il loro gesto. Forse perché, essendo spontaneo, non deve essere spettacolarizzato.

Ed accanto a loro una signora tiene basso lo sguardo mentre si perde nei suoi pensieri. Dopo quel sito andrà a far visita agli altri piccoli santuari in giro per il centro; un pellegrinaggio che l’aiuterà a sentirsi bene con la coscienza che saprà di aver onorato queste morti con l’unica cosa che poteva fare, ovvero pregare.

E quando lo sguardo si alza, i fori dei proiettili ti fissano come un occhio aperto.

Occhi aperti dagli AK47, i Kalashnikov, i fucili d’assalto russi che troppo spesso seminano morte. Sono precisi e terribili, una mortale accoppiata, perché quella sera la loro precisione e la loro aggressività in mano a pazzi che sputano odio in nome di un Dio che non vuole tale violenza, sono state doti troppo perfette; tutti avrebbero sperato sbagliassero ma la mano di chi interpreta male la religione non sbaglia mai.

Michail Timofeevič Kalašnikov, l’inventore dell’AK47, ha sempre detto che piuttosto che uno strumento di morte avrebbe preferito inventare un tagliaerba e forse tutti in questo momento lo avrebbero voluto.

La sua forma antiquata contrasta con i mitra moderni che ora i militari francesi della Legione Straniera portano nelle ronde. Hanno lo sguardo serio ed impegnato, sono nervosi, forse hanno paura e rabbia ma non la mostrano. Vogliono vendetta perché colpire un francese è come colpire la Francia intera ma vorrebbero anche non dover arrivare allo scontro perchè un soldato professionista non ama uccidere.

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Il mio sguardo incrocia quello del miliatare 2566. Non conosco il suo nome e non lo conoscerò mai. E’ giovane, con il portamento marziale ed i muscoli tesi contenuti dal giubotto antiproiettile. Potrebbe avere poco meno di trent’anni, ed è proprio il suo essere giovane che mi porta indietro con il pensiero: penso ad una coppia seduta in uno dei caffè, magari una coppia di fidanzati che passavano ore felici progettando il futuro insieme, che poteva essere andare a vedere un film come sposarsi.

E penso alla stessa coppia che ora è distesa sul tavolo dell’obitorio, senza più un futuro, magari con l’ultimo gesto di compassione del patologo che tiene le loro barelle vicine.

Nei giorni precedenti avevo visto le immagini rubate dalle telecamere di sorveglianza, con gli attentatori che entravano nei locali e sparavano alla gente come se fossero bersagli di una giostra di paese, immagini in bianco e nero che comunque non sminuivano la drammaticità dell’evento. Ed ho pensato ai sopravvissuti che difficilmente potrebbero dimenticare quelli attimi quando la morte li ha sfiorati per poi salutarli e dirgli

Tranquilli, il nostro appuntamento è solo rimandato.

Mentre faccio questi pensieri mi avvicino all’ingresso della lavanderia tra il Café Bonne Bière e La Casa Nostra, locali dove sono morte 5 persone: a terra ci sono i vetri andati in frantumi dai colpi di proiettile. Decido di prendere una scheggia grande come un dado da gioco e mi accorgo che ha una chiazza nera che lo sporca: non sono sicuro che sia sangue raggrumato ma non me lo chiederò ancora una volta; la conserverò dentro un vasetto di marmellata che la mattina in albergo apro per fare colazione. L’ennesima forma di contrasto in quell’assurda situazione.

Intanto nei luoghi della tragedia la gente torna ad incontrarsi. Francesi e cinesi, bianchi e neri, cattolici e non. Si tengono la mano e cantano insieme la Marsigliese evocando a chiunque emozioni e pensieri.

Lontano dai luoghi degli spari, all’angolo de Le Carillon e Le Petit Cambodge, dove sono morte 15 persone, dentro i locali la gente fa finta di nulla. Il rumore delle loro risate non passato attraverso i vetri dei locali ma si percepiscono. Fanno piacere perchè ti rassicurano molto e speri che quella risata presto coinvolga anche te o chi ti sta vicino che, magari, di ridere non ne ha assolutamente voglia.

Tutto il mondo condanna quel maledetto 13 Ottobre e mentre i politici, nella sala dei bottoni preparano la Guerra come se fosse una partita di Risiko, la gente chiede la pace. La gente pretende la pace. Hanno figli, famiglie, amori ed affetti e non vogliono che debbano finire per assurdità: un conto è morire per un terremoto, un incidente aereo, un’epidemia: per quanto doloroso prima o poi una ragione che possa alleviare il dolore si trova sempre. Ma morire per mano di un altro essere vivente quello nessuno riesce a capirlo, neanche le persone più intelligenti.

Lo stato d’allerta e di terrore che si respira a Parigi è assurdo quando raccontato dai media. Le persone hanno l’idea che sia in atto una nuova rivoluzione ed anche quando chiamo in Italia mi sento fare domande delle volte assurde ed anche quando rispondo che sono falsità capisco di non essere creduto.

Eppure, quando con il collega Francesco Baccaro andiamo a visitare la Torre Eiffel, i controlli di routine per accedervi sono sobri, non c’è polizia all’entrata o ronde intorno alla piazza e soprattutto, quando scendiamo, veniamo accolti da venditori ambulanti che tentano di venderci dei patetici souvenir a pochi euro. Ma nessun controllo. Sarà forse l’ora tarda, sarà che il pericolo non c’è o non vogliono farlo vedere, sarà che forse il mondo non sta capendo quello che deve fare e quindi ragiona con regole illogiche e poco trasparenti e che forse hanno un disegno divino. Ma di militari non riusciamo a vederne neanche l’ombra.

La mia trasferta parigina finisce con diversi sospiri di sollievo di chi mi vuole bene ed è preoccupato per me. Mi avvio all’aeroporto con un tassista che, parlando, scopro essere di fede islamica. Parlo con lui, perchè con gli islamici si può e si deve parlare e poi il mio autista è molto intelligente e si vede che ha studiato perchè conosce la parole del suo Dio.

nessuno ha detto che devo uccidere nel nome di Dio

mi dice guardandomi dallo specchietto.

possiamo far convivere le due religioni, i due modi di pensare, perchè uno può imparare dall’altro e capire gli errori o i pregi

continua a dire e capisco che non sta parlando solo perchè io sono seduto dietro. La penso come lui, sono convinto che sia sincero e che possa realmente cambiare qualche cosa se le persone la pensassero come lui.

Arriviamo in hotel. Pago la mia corsa e lo saluto.

Dio ti benedica amico mio

mi dice stringendomi forte la mano, e quel contatto mi fa capire che ho proprio bisogno di quella benedizione: ne ho bisogno per capire che almeno il mondo non è così marcio come vogliamo farlo credere.

Forse il mondo ha veramente dei bei colori, che non sono quelli della morte puttana, sono quelli che la mattina scopri appena apri gli occhi ed hai la sensazione che potrebbe essere una bella giornata.

NB: Puoi vedere una galleria di fotografie sugli eventi di Parigi nella mia pagina Flickr. Sono in bianco e nero, perché lascio a te la possibilità di immaginare i tuoi colori.

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