Ricordo ancora Gianni Xaiss: era un cameraman professionista di Roma che aveva lavorato nel cinema ma anche come documentarista, oltre che numerosi lavori in giro per il mondo con giornalisti italiani e stranieri.

Aveva perennemente la giacca multitasche e, come un prestigiatore, riusciva a tirare fuori ogni cosa potesse servire per lavorare, comprese zeppe di legno per rialzare la telecamera o un saldatore a gas per sistemare un cavo che faceva capricci.

Ma la cosa più importante è che Gianni è stato il mio maestro per più di due anni; non l’unico della mia carriera ma il primo ed il più importante. Ha saputo insegnarmi il mestiere del cameraman, con i suoi piccoli trucchi ed i suoi segreti, riuscendo a trasmettermi molte nozioni.

Certo, non che l’abbia fatto con dolcezza e neanche posso dire che negli anni che ho lavorato con lui la mia vita sia stata semplice.

Un giorno a Val Stagna, vicino alle grotte dell’Oliero, con una temperatura intorno ai -5 gradi, nonostante avessi lo zaino con le batterie al piombo e le cassette Betacam e portassi il  cavalletto alquanto pesante, non ebbe problemi di coscienza a farmi portare anche la telecamera perché, come mi disse, non voleva stancarsi.

Prima di poter dire di essere diventato un cameraman passai la fase dell’assistente operatore dove il lavoro che svolgevo era il doppio di quello del cameraman, più pesante e faticoso e più di responsabilità. Andavo a letto per ultimo dopo aver scalettato il materiale della giornata e messo in carica le batterie, e mi svegliavo prima di tutti per preparare l’attrezzatura.

Eppure non mi lamentavo perché sapevo che se avessi voluto fare questo mestiere il percorso era quello e non sarebbe stato facile.

Ma i maltrattamenti, come le coccole, di Gianni prima e degli altri professionisti con cui ho lavorato poi, hanno chiarito come il lavoro che svolgevo dovesse essere impeccabile dal punto di vista tecnico.

Ecco quindi che andavo a girare un servizio per il telegiornale, magari di un’emittente provinciale, con il cavalletto ed il kit luci che adoperavo nel caso dovessi fare un’intervista ed il posto era buio.

E poi andavo in redazione e consegnavo la cassetta al montatore con il timore che qualche cosa non fosse stata fatta a regola d’arte e quindi il servizio sarebbe stato annullato per causa mia. Ed anche se il montatore non avesse sollevato obiezioni, le stesse potevano essere sollevate dal produttore o dal proprietario della tv che si preoccupava, prima di tutto, della qualità delle immagini. E minimamente si preoccupava di quanto tale servizio venisse a costare.

Differente, più impegnativo, era il lavoro come documentarista che ho svolto per diversi anni sempre come operatore di ripresa ma anche come regista. Ho viaggiato il mondo con il mio Betacam Digitale munito di una spettacolare ottica e con un equipaggiamento pesante di microfoni e cassette, preoccupandomi sempre di realizzare poche riprese ma buone, rispettando in pieno le regole di Grierson e le tecniche del linguaggio televisivo.

Ed ogni sera, con tutta la mia squadra, visionavamo il materiale girato e ci preoccupavamo di criticarlo e capire come renderlo più bello.

E poi in sala di montaggio con i controlli che effettuavamo usando strumenti tecnici come l’oscilloscopio ed il vectroscopio, che erano in grado di rilevare il più piccolo errore tecnico come un’esposizione non corretta o un bilanciamento dei colori falsato, gli stessi errori che il committente ti avrebbe contestato, rifiutando il video senza pagartelo con (logico) danno alla produzione che aveva anticipato molti soldi.

E vogliamo parlare dei matrimoni? Demone di tanti operatori del settore odierni ma che anni fa rappresentavano sia un’ottima forma di guadagno che di “allenamento” perché l’evento matrimonio era irripetibile e quindi solo “uno bravo” sapeva realizzare questo lavoro.

Ed appunto questo era il concetto: prima il lavoro veniva svolto solo dai bravi che sapevano farlo bene guadagnavano un sacco di soldi.

E guadagnando un sacco di soldi potevano permettersi le apparecchiature di ripresa e montaggio e ricordiamoci che le cose che un programmino di montaggio oggi fa tranquillamente, una volta erano difficili.

Una dissolvenza incrociata su due immagini in movimento presupponeva il possesso di almeno 3 videoregistratori (due di lettura ed uno di registrazione) oltre che una centralina di montaggio ed un generatore di effetti: il tutto dal costo di diverse decine di milioni e quindi solo chi lavorava bene poteva permetterselo.

Ma prima della dotazione tecnica, c’era la passione e la professionalità di un tecnico. La voglia di studiare e di fare le cose fatte bene, il timore di sbagliare e la coscienza di portare a casa un buon lavoro. E poi c’erano gli editori televisivi ed i clienti che pretendevano la qualità del servizio, non avevano problemi a pagare un discreto compenso al professionista che però realizzava un ottimo servizio.

Oppure per invertire un’immagine o renderla in bianco e nero c’era bisogno dell’ADO che costava all’incirca 80.000.000 di lire ed era grande come la tastiera di un computer.

Dimenticavo: con le attrezzature professionali di una volta, sbagliare era facile e micidiale e quindi anche per questo i professionisti erano ben pagati, perché avevano la giusta preparazione affinché non accadesse.

Ma questo è passato, e come dice spesso il mio amico e collega Peppe Ciraci quando ricordiamo quei bei tempi,

siamo solo patetici.

Il cigno è morto.

La televisione è morta

La nobile arte della ripresa e del montaggio è morta.

Le nuove leve si disgustano a voler fare prima gli assistenti: tutti sono diventati presuntuosi geni della ripresa che poi oggi “ripresa televisiva” non è più perché le telecamere sono per la maggior parte automatizzate.

Oppure virtuosi del “taglia a cuci”, del montaggio digitale, che compiono senza logica alcuna “appiccicando” immagini in ordine illogico.

Quindi vedere un servizio televisivo spesso significa vedere un’arlecchinata di immagini con i bilanciamenti sballati che fanno assomigliare le persone a dei puffi, delle volte fuori fuoco, inquadrate male.

Ma la colpa non è neanche dei cameraman (o dei montatori) che si improvvisano e non ricevendo critiche da nessuno si auto-proclamano “professionisti”.

La colpa è delle emittenti, dei produttori, dei direttori di produzione: di coloro che dovrebbero prendere per un orecchio queste persone e metterle alla porta anche in maniera scorbutica per ricordargli che questo mestiere è fatto di arte e tecnica, dove una dote ha la stessa importanza dell’altra.

Ed in questo connubio, il portafoglio non dovrebbe entrare

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