Ammetto di credere in Dio, anche se non troppo nel sistema chiesa. Non credo che l’opulenza che viene sbattuta troppo spesso in faccia e (per me che ho avuto la possibilità di vedere il dietro le quinte) nei corridoi del Vaticano, possa rispecchiarsi troppo nella parola del Signore.

Con l’attesa di Gamberetto (il mio secondo figlio/a che, non sapendo il sesso, chiamiamo così) ho deciso di fare un voto alla Madonna della Medaglietta miracolosa: donare il sangue periodicamente.

Veramente già lo facevo quando vivevo a Poggio Mirteto, così come sono donatore di organi presso l’AIDO (tessera 25027) e come ho fatto volontariato al 118 come paramedico. Per diversi motivi non sono più riuscito ed ho colto al balzo l’occasione per ricominciare.

La prima scena comincia al Policlinico di Bari, alla banca del sangue: sono le 8:30 di Lunedì 30 Gennaio. Entro, l’ambiente è pulito e fresco. Qualcuno sta compilando un foglio, lo stesso che senza conoscermi mi saluta con un sorriso e mi spiega cosa fare.

Il passo successivo è essere ricevuti da un’ausiliaria estremamente gentile che mi fa domande e scherza con me, mettendomi a mio agio.

Il passo successivo è essere ricevuto dal medico che mi fa una visita preliminare, mi leva del sangue per un controllo, mi misura la pressione, scherza con me.

Il passo successivo è entrare nella sala dove mi faranno il prelievo: l’ambiente è confortante, quasi non appartenesse ad un ospedale. Mi fanno sedere, mi mettono il laccio emostatico, mi danno una palla da stringere, ed accedono alla vena con un ago che sembra una punta di trapano. Ma parliamo e scherziamo come se ci conoscessimo da una vita.

Fin qui tutto è normale, ma c’è stata una cosa che mi stupito e soprattutto, mi fa fatto venire voglia di continuare in questa avventura: la complicità tra parte medica e donatori.

La prima non ha fatto altro che ringraziarmi come se stessi salvando il mondo, dando prova di credere in quello che fanno, di avere piacere a farlo, e non è una cosa scontata. Chi lavora nel pubblico sempre di più è svogliato e demotivato ed al Policlinico di Bari le leggende su medici e infermieri sono all’ordine del giorno. Eppure in quell’ambiente, tutto sembra il palese dei balocchi al punto che si ha voglia di restare anche dopo la colazione che ti offrono.

Invece tra i donatori si crea quella complicità che sempre di più manca tra le persone normali. Il volere aiutare il prossimo, che parte dal prestare una penna fino a farsi levare quasi mezzo litro di sangue (450ml per la precisione).

Esco con meno sangue di quando sono entrato, ho donato di più anche per uno studio sulla coagulazione; mi sento come Renato Pozzetto nel film “Il ragazzo di campagna” con la differenza che mi sento stranamente carico.

Sono io che ho voglia di ringraziare queste persone, perché mi hanno permesso di aiutare il prossimo, di essere utile una volta di più. E penso sempre a Mario il nome è di fantasia, che crede che il mondo possa essere migliore ed ha fiducia che questo avvenga. Tra 4 mesi potrò tornare a donare, questo è il periodo minimo di tempo tra una donazione e l’altra, ma in questo tempo non farò altro che tentare di convincere gli amici a donare, a promuovere per quel poco che faccio io la donazione di sangue.

E non perché mi sono trovato bene in quell’ambiente, ma perché sono stato benissimo io. Mi sono sentito energico fisicamente e mentalmente. Mi sono sentito allegro. Mi sono sentivo vivo una volta di più.

Quindi, non donate il sangue solo quando serve e ci sono emergenze: facciamolo sempre quando possiamo ma soprattutto, diciamolo in giro, raccontiamolo, rompiamo le scatole e facciamolo fare. Perché il mondo può cambiare in meglio.

Ed io sono fiducioso. E tanto.

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