Che molti politici considerino l’immigrazione come il cavallo di una battaglia populista, oramai è cosa nota, perché in tutte le trasmissioni si trovano esponenti di destra e di sinistra che battibeccano scaricandosi addosso accuse e parolacce, senza però dare mai una possibile soluzione per questo problema.

E noi abbocchiamo all’amo dando ragione quando a destra e quando a sinistra, proseguendo poi tali pensieri fini a pochi minuti dopo il programma,  magari fino al giorno dopo al bar, pubblicando qualche post su Facebook, sentendoci nelle condizioni di pontificare sull’argomento, sapendo veramente poco di quello che succede intorno ai disperati che, sempre più spesso, affidano la loro sorte ad un gommone.

È purtroppo vero che titoli come “agli immigrati un posto in hotel mentre gli italiani dormono in macchina” oppure “gli immigrati contestano il mangiare che gli viene dato”, insieme a “anziana sfrattata da casa per ospitare gli immigrati”, infastidirebbe chiunque.

Non è razzismo, piuttosto logica.

Ma quando si parlava di soluzioni non date dai politici (escludendo quelle estreme come mitragliare i gommoni o altre metodi poco umanitari) non si è parlato dei veri motivi per cui non vengono date e forse Mario, il nome e di fantasia,  dovrebbe fermarsi a riflettere del perché, anche se ragionare è veramente difficile per le nostre menti che spesso non vanno oltre il titolo del post di Facebook.

Torniamo indietro di qualche anno: il 17 Dicembre del 2013 le telecamere del TG2 documentano un ospite della comunità d’accoglienza che viene lavato con l’ausilio di un tubo da giardino, all’aria aperta. Varie associazioni umanitarie, diversi politici e la Magistratura, cominciano ad indagare su quel posto, tirando le somme di un’Associazione che gestiva fior di Euro lucrando in maniera vergognosa sulle vicissitudine di queste povere anime.
Amen.

Solo in seguito fu detto che quell’immigrato aveva la scabbia, e serviva fare disinfestazione e prevenzione affinché tutto il centro non fosse contagiato. Tutti si indignano, fanno fiaccolate e solidarietà, e si scopre un po’ il vaso di Pandora. E poi, per un po’ di tempo il discorso immigrazione passa in sordina nei telegiornali, continuando però i battibecchi tra i vari politici e le trasmissioni che tanto fanno incazzare.

A questo punto del racconto, ignorando il discorso di “Mafia Capitale” e di come questa è la prova provata che si può (e qualcuno aggiunge che si deve) lucrare sulla vita umana, entra in ballo il mio lavoro di reporter, che spesso mi aiuta a scoprire il mondo nel suo lato nascosto.

A Catania, con la giornalista di RaiNews24 Angela Caponnetto, assistiamo allo sbarco di alcuni disperati raccolti da una nave al largo delle coste libiche. Già un collega aveva documentato la vicenda a bordo,  stando una settimana con loro, ma ora era venuto il momento dello sbarco e quindi, di una nuova destinazione per loro.

Alle 9 della mattina, all’ombra dell’Etna, si facevano discorsi un po’ populisti, ma lo stress in qualche modo va combattuto. La nave SOS Méditerranée attracca al molo, comincia quella lenta e patetica processione.

Vedere un bambino che sbarca, soprattutto quando è piccolo, fa male soprattutto a chi è genitore. In quel momento le varie “mettigli un francobollo e rispediscili a casa” oppure “ma perché dobbiamo aiutarli quando qui si muore di fame” sono parole perdute nel vento. Non esistono in quel posto.

Senti l’odore della preoccupazione, del dramma, magari del sollievo di non essere più in mare e quindi di non morire affogati, ma una discreta incertezza nel non sapere cosa accadrà quella è negli occhi di tutti. Vengono messi in fila, gli viene dato un numero, vengono identificati, vengono visitati. Gli danno un panino e dell’acqua, non puoi sceglierlo perché è un lusso che sul molo non puoi permetterti.

Vengono caricati su un pullman, li portano nel centro di prima accoglienza. I bambini nelle case accoglienza quando non stanno con i genitori. Si possono avere tutte le idee razziste di questo mondo, giuste o sbagliate che siano ma essendo personali sono sacre, ma quelle scene viste dal vero fanno cambiare idea.

E poi quello che fa sempre tristezza vedere: i sacchi bianchi. Dentro c’è un corpo senza vita. Avete mai fatto un bel sogno, talmente coinvolgente che poi al risveglio siete restati delusi dallo scoprire non fosse vero? Questo è quello che penso accada quando muore una persona in questi viaggi della speranza.

Intanto in televisione continuano le varie trasmissioni, e la gente continua ad essere alimentata nella fornace dell’odio che è in tutti noi.

Ma la gente è sciocca, non vuole perdere tempo nel suo diritto/dovere primordiale, quello di informarsi e di essere informato. Spegne la tv, dice qualche parolaccia, e poi si dimentica oppure  va su Facebook per continuare l’opera di imbastardimento culturale. E non ragiona. Male…

Parlare in generale è facile, quindi vado nello specifico, punto il dito verso te che stai leggendo. Non pensare che ce l’abbia con te, perché non è così. Ce l’ho contro chi non si informa veramente, contro chi non entra in empatia con le vere vittime di questo sistema.

Prova a leggere questo articolo di Fabrizio Gatti apparso su L’Espresso, nella versione online del 24 Febbraio 2017.

Avete mai pensato di mettervi una notte in mare, al buio, senza vedere l’orizzonte, sentendo solo il riflusso del mare sulla barca insieme al motore diesel che funziona per miracolo, percependo i movimenti del gommone in balia delle onde. Chi lo farebbe se non un matto o un disperato?

Ma poi, hai pensato cosa c’è dietro il sistema immigrazione? Perché quando un uomo sbarca e viene accolto nel centro, credete che quel centro lavori gratis? Pensa a questo ultimo passaggio. Come mai un’associazione veneta passa dal fatturare (perché l’assistenza si fattura come un normale servizio) 110.000€ annui a quasi 20.000.000€???

Se fa assistenza, perché non la fa gratis? Pensi che anche le ONG siano pulite? Perché non guadagnerebbe assolutamente nulla?

Quando ti scagli contro questi disperati che scendono dai barconi, pensa che loro sono oggetti di scambio e non moderni colonizzatori. Certo, li mettono in hotel, gli danno dei pasti caldi, visite mediche, sigarette e vestiti; ma è il minimo sindacale che le associazioni devono fornire affinché possano prendere i soldi che la Comunità Europea elargisce per questo assistenzialismo.

Ho visitato una comunità di prima accoglienza gestita da un’associazione di salesiani laici: arrivano i responsabili su un magnifico SUV, vestiti di tutto punto, e ci hanno raccontato gli sforzi che fanno per insegnare l’italiano a queste persone per inserirli poi in un sistema economico che, guarda caso, è il loro (un lido, 3 ristoranti, un’impresa di pulizie) e dove prendono soldi come incentivo, e di come non danno una mano agli italiani perché, dicono, gli stessi si vergognano a chiedere aiuto ma che con la telecamera riusciamo a scoprire quando vengono a bussare alla porta dell’Associazione.

Gli immigrati rubano, stuprano e fanno violenze? Perché, noi italiani non lo facciamo? Cosa cambia tra noi e loro: i delinquenti stanno in ogni posto del mondo. Spesso sono anche vestiti bene, in giacca e cravatta, ed invece di una pistola per uccidere, hanno una penna per firmare un’autorizzazione. E non sono sicuro che faccia più danni una pistola.

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