Kyma era una donna bellissima, con gli occhi grandi e leggermente a mandorla, di un colore marrone così chiaro che spesso sembravano far luce da soli; pronta a sorridere ogni volta che qualcuno le rivolgeva la parola o soltanto quando aveva un bel pensiero per la testa, sapeva rendere bella una giornata anche quando pioveva e nell’isola greca di Simi, questo accadeva ogni tanto, anche se raramente.

La ragazza, aveva rubato il cuore di Ammos e lui stesso viveva nei pensieri di Kyma: lei si faceva trovare al porto tutti i giorni, quando lui rientrava con la sua barca dal mare ed il carico di prezioso pescato.

Il ragazzo sapeva di quell’appuntamento giornaliero, ne era felice, e lasciava la rete sulla cima di prua in maniera a formare un cuore, a lanciare un messaggio a quella ragazza che, in mezzo a tutto la confusione del porto, avrebbe potuto scorgere facilmente, anche con il sole forte negli occhi o l’acqua salata che glieli faceva bruciare.

E la ragazza si sedeva su una bitta, un po’ isolata, e guardava il suo lavoro, ascoltando il silenzioso brusio intorno e facendosi accarezzare dal sole caldo, fino a quando doveva tornare alla sua piccola abitazione a badare alla casa insieme alla madre ed alle altre sorelle.

Ma prima di andare, si scambiava con il ragazzo un’ultima occhiata, ben ricambiata, che voleva essere un arrivederci al giorno dopo o quando il destino avrebbe nuovamente voluto.

Poi si sarebbero dati le spalle, ognuno per la sua via con un briciolo di anima che restava in quel posto dove, alla luce del sole, si consumava segretamente il loro amore.

Si erano visti per caso la prima volta, al mercato della domenica, quando tutto il paese si riversava sul molo con gli abiti della festa e si consumava il “rito del saluto”, un’antica usanza dove ogni persona sarebbe tornato a casa solo dopo aver salutato sinceramente almeno 100 persone. E tutti andavano con un piccolo pezzo di carta in mano, segnando quante persone si fermavano a salutare. E quasi diventava una gara con gli altri a chi, al tramonto, aveva salutato più persone. Ma quel rituale diventava piacevole perché la piccola comunità, dove tutti si conoscevano, trovava ogni occasione per stare insieme, ridere insieme, mangiare e bere insieme ed alla sera, intorno a grandi fuochi, bruciare quei pezzi di carta senza contare i saluti, perché tanto l’importante era aver passato delle belle ore insieme.

E proprio durante un ballo sotto le stelle che i due si erano scontrati, si erano voltati per guardarsi e si erano sorrisi. Strano a dirsi, ma si stavano scoprendo per la prima volta: nonostante quell’isola dell’Egeo di soli 65Km quadrati fosse abitata da 2600 persone, i due non avevano mai saputo della reciproca esistenza prima di quel momento.

«Sbaglio, o non ci conosciamo?» aveva detto il ragazzo vincendo la timidezza, e lei si era sentita bruciare le guance.

«No» aveva risposto con un filo di voce.

Si erano fermati pochi minuti a parlare e poi avevano dovuto subito salutarsi, anche se sentivano di conoscersi da una vita, ma anche da una vita precedente e forse anche in una vita futura.

Il resto era arrivato da solo, con Kyma che andava al porto e scopriva la barca di Ammos, con Ammos che da quel giorno ormeggiava sempre nello stesso punto perché la bitta era la più scoperta, con Kyma che ardeva nelle guance tutte le volte che la piccola imbarcazione bianca arrivava e Ammos che lavorava lentamente perché in quel modo sarebbe stato più tempo con Kyma.

Molti si erano accorti di quegli sguardi amorosi e siccome i due erano bei ragazzi, speravano che prima o poi si sarebbe celebrato in quel fazzoletto di terra una nuova unione.

Le amiche di Kyma molte volte la spingevano a fare il primo passo così come gli amici di Ammos.

«Muoviti ragazzo» gli diceva Sofos, il vecchio padre dalla barba nera che lo guardava con gli occhi di chi molte cose ha visto e conosce.

«Le donne sono come il pesce, nuotano veloci e possono essere pescate da altri» si raccomandava sorridendo, mentre gli porgeva un bicchierino di Mastika, il liquore greco.

«Ma non so neanche cosa dirle» diceva il ragazzo frignando, cercando l’aiuto del genitore come se fosse un bambino.

«Sei un bravo pescatore» diceva guardando il mare «di sicuro, sai cosa devi fare».

Ma Ammos non lo sapeva perché passava le sue giornate in mare a pescare. Il padre gli aveva detto che in amore non serve prepararsi le parole; vengono spontanee e sono sincere, altrimenti non è amore.

Non da meno erano le amiche di Kyma, con le quali si ritrovava per un tuffo al mare o per poche chiacchiere allegre.

«Magari non le interessi» dicevano le amiche prendendola in giro e punzecchiano il suo ego da donna.

«Magari ha già un’altra donna in un’altra isola e la va a trovare la mattina quando pesca» proseguivano inesorabili le amiche mentre ridevano a crepapelle.

«O magari, non sei proprio così bella» diceva Thymos, la cugina che molto invidiava quella ragazza. E lo diceva con una nota amara.

E Kyma rideva, vivendo in quella nuvola di felicità che era l’amore inconsapevole.

E Thymos la guardava con rancore, non riuscendo a capire perché la cugina avesse una bellezza al limite del sovrannaturale mentre lei era “normale”. Molto spesso si era vista mettere in secondo piano dalla famiglia, magari quando in tavola venivano disposte le persone e lei si trovava distante o quando venivano cuciti nuovi vestiti ed a lei era riservata sempre la seconda scelta.

E Thymos sempre più spesso si ritrovava a piangere seduta su uno scoglio, nascosta da tutto e da tutti, a gridare al vento la sua rabbia ed a chiedere a qualcuno, il perché di questa disparità.

Un giorno, mentre Kyma e Ammos si consumavano sotto i loro sguardi, Thymos era scappata nel suo scoglio, maledicendo i due e pregando affinché tale situazione finisse. Si scoprì ancora più gelosa del dovuto, ancora più maligna, ancora più vendicativa.

«Dimmi, cosa posso fare per te?»

La voce era gelata, innaturale, anche se gentile.

Thymos alzò gli occhi e vide davanti a lei quella donna, quelle tre donne con sei braccia e tre teste in un unico corpo, vestite di una tunica grigia, immersa fino ai fianchi nell’acqua trasparente che, con la mano, accarezzava amorevolmente.

«Allora? Cosa posso fare per te?»

«Chi sei?» chiese la ragazza un po’ spaventata.

«Non mi riconosci?» chiese la donna «sono Ekate».

Ekate, la dea delle streghe, che come scrisse il poeta Esiodo, agisce “come lei vuole”, facendo vincere o perdere guerre solo per simpatia. Ed anche questa era una guerra, d’amore ma pur sempre una guerra.

Thymos si alzò di scatto dallo scoglio, cadendo in acqua. Riemerse, sputando l’acqua e spostandosi i capelli davanti alla faccia, con lo sguardo spaventato perché conosceva quella dea.

Ma non la trovò: si era spostata sulla riva e la guardava sorridendo.

«Non temere, non voglio farti del male, piuttosto mi dispiace per la tua sofferenza».

Thymos non batteva le palpebre per lo spavento ma si tranquillizzò un po’ a sentire quelle parole. Aprì la bocca per difendersi, per dire che non era vero, ma non ci riuscì.

«Odio quella loro felicità. Io non l’avrò mai» disse con la voce stridula di odio, che aveva preso il posto della paura. Si stupì anche lei di avere dentro quel fuoco violento e quasi non si riconosceva, ma sapeva che nessuno conosce veramente la propria anima.

«E cosa vorresti che io facessi?» ripetette Ekate.

La lingua di Thymos fu più veloce della sua mente.

«Vorrei la facessi finire».

«E cosa avrò in cambio?» chiese ridendo Ekate con uno sguardo enigmatico.

«Cosa vuoi?»

«Nulla. Mi piace fare danni» fu la risposta della Dea.

Thymos capì che aveva fatto un grosso errore: era gelosa ma non cattiva. La rabbia l’aveva accecata momentaneamente ma poi il suo spirito tranquillo aveva ripreso il sopravvento anche se forse era troppo tardi. Gli tornò in mente quando da piccola faceva piccoli dispetti a Kyma, come nascondergli i sandali oppure la sua bambola preferita, pensando di aver avuto una piccola vittoria ma pentendosi immediatamente di quello che aveva fatto.

«Se un giorno le labbra dei due ragazzi si dovessero toccare, sarà l’ultima cosa che faranno sulla terra, ma negli inferi non ci sarà posto per loro» pronunciò la Dea.

Thymos sentì le viscere stringerglisi per il rimorso e tentò di tornare sui suoi passi ma non riuscì a fare in tempo perché quella creatura era già sparita.

Nonostante ci fosse il sole si sentì gelare e sormontare dalla vergogna.

Uscì dall’acqua e corse verso casa, nella sua stanza, e si lanciò sul letto offendendosi e dicendo che era una ragazza spregevole. Decise di non uscire più da quella stanza, che il sole non l’avrebbe più rivisto, perché non aveva la forza di farlo.

E mentre Thymos consumava la sua disperazione nell’ignoranza di tutti, Kyma e Ammos continuavano a guardarsi e desiderarsi.

I giorni passavano, il sole sorgeva e tramontava, e le giornate del saluto continuavano a svolgersi in allegria in tutto il paese.

E con il “rito del saluto”, si avvicinava il giorno della “grande pesca”, quando i pescatori offrivano i frutti della pesca di quel giorno, le donne lo cucinavano e gli uomini apparecchiavano le lunghe tavolate dove tutti si sarebbero seduti, non sempre allo stesso posto, in maniera che tutti potessero parlare e socializzare.

E tra una cosa ed un’altra, Kyma e Ammos si trovarono seduti insieme, uno davanti all’altra, nell’angolo più nascosto del molo.

Si guadarono, come sapevano fare. E si parlarono come non avevano mai fatto prima. Risero insieme guardandosi, si servirono il mangiare guardandosi, bevvero guardandosi, si ritrovarono da soli… guardandosi.

La luna era alta nel cielo, il mare era calmo e nell’aria c’era un tale odore di magia che tutto era perfetto. Gli occhi di Kyma sembravano ancora più grandi e luminosi e lo sguardo di Ammos ancora più bello.

Le loro mani si unirono per un secondo, leggermente ma con una tale forza che per un secondo le onde furono ancora più forti. Uno spruzzo di acqua marina li raggiunse, bagnando i capelli della ragazza che gli caddero davanti al viso. Con una risata, le dita del ragazzo spostarono i capelli dal viso con una tale lentezza che entrambi pensarono che da un momento all’altro sarebbe sorto il sole.

Si accorsero che i visi si erano avvicinati e che uno respirava il fiato dell’altro.

Le labbra di Kyma si aprirono leggermente e Ammos le guardò. La sua mano era ancora sulla guancia ed il suo dito ne approfittò per percorrere il contorno della bocca. Si accorsero di essersi avvicinati ancora di più fino a che le loro labbra si unirono. Gli occhi si chiusero per gustarsi un bacio ma una violenta luce che si propagò intorno a loro.

Ekate li guardava, battendo le mani lentamente con uno sguardo leggermente sconsolato.

«Bel quadretto» disse.

Ammos si mise davanti a Kyma per proteggerla, assumendo una posizione di difesa con i pugni ben mostrati in avanti.

«Non serve tesoro» disse la Dea guardando il ragazzo e facendogli l’occhiolino.

Kyma abbracciò Ammos spaventata e lui cercò di proteggerla, ma l’ultima cosa che ricordarono fu quella creatura che allungava la mano sinistra verso di loro.

Nella piccola comunità di Simi cercò i due ragazzi per molto tempo. I genitori non avevano più lacrime piangere, la disperazione aveva preso tutti soprattutto Thymos che si sentiva responsabile della loro scomparsa, anche se aveva paura di pronunciare la parola “morte”.

«E’ tutta colpa mia» continuava a ripetersi stando appollaiata sullo scoglio giorno e notte. Aveva smesso di mangiare, di bere, di dormire, di vivere.

Si trovava sullo scoglio quando c’era il sole e quando pioveva, sempre in quella posizione, con il viso smorto dal dolore.

E pregava Ekate di tornare indietro, di far tornare i due ragazzi e di farli amare ogni giorno della loro esistenza.

«Ma deciditi una buona volta» la rimproverò sbuffando la Dea che fluttuava sull’acqua.

Thymos questa volta non si spaventò ma anzi, si lanciò in acqua per raggiungere l’essere e supplicarlo di tornare indietro.

«Pensi che io torni indietro sui miei passi?» continuò la Dea mentre spostava la sua veste per non farsi toccare da Thymos, con uno sguardo un po’ disgustato ed un po’ divertito.

«Ti prego, fallo» continuò la ragazza con l’acqua che gli arrivava al collo «te puoi fare tutto quello che vuoi».

«Ed io l’ho fatto» continuò la Dea.

«E perché non vuoi tornare indietro?» continuò piagnucolando Thymos.

«Perché l’amore dei due ragazzi era troppo bello per rovinarlo» continuò Ekate sedendosi allo scoglio ed allungando la mano verso la ragazza.

«Siediti che ti spiego» e cominciò a raccontare.

Kyma, in greco, significa “onda” mentre Ammos significa “sabbia”.

Nella vita “normale”, i due si sarebbero amati per tutta la vita, ma questa avrebbe fatto il suo ciclo: sarebbero invecchiati, ed un giorno si sarebbero lasciati nella vita terrena. Avrebbero avuto figli, momenti belli e qualcuno brutto, ma avrebbero passato ogni secondo ad amarsi ed essere complici. Ma questa storia avrebbe avuto la parola “fine” il giorno della loro morte.

Invece lei li aveva trasformati nel loro elemento naturale. Un’onda che si infrange sulla sabbia: in quel modo, ogni giorno, per sempre, Kyma sarebbe stata accanto a Ammos ed il loro amore sarebbe stato indivisibile.

Ekate aveva scelto di seguire le richieste di Thymos a modo suo, perché aveva la possibilità di guardare dentro l’anima delle persone ed aveva visto che Thymos, per quanto invidiosa, voleva bene ai due e sperava il bene per entrambi.

Era gelosa ma non veramente cattiva. E quindi la Dea aveva scelto di seguire la “vera” richiesta di Thymos.

La ragazza sorrise felice e rincuorata da quelle parole e quando la Dea scomparve, lei si tuffò in mare e poi si rotolò sulla sabbia ridendo felice.

Per questo motivo il mare è il simbolo del vero amore.

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