La morte del Dj Fabo, al secolo Fabiano Antoniani, che è dovuto andare in Svizzera per mettere fine alla sua vita “vegetale” dopo un incidente, mi rattrista ed al tempo stesso mi fa riflettere.

Prima di tutto mi fa riflettere ed un po’ incazzare questa vicenda perché ora, come sempre, l’onda emozionale ci proclama esperti in materia che possono pontificare come meglio credono. E poi c’è la politica che si muove, che chiede risposte e soluzioni, come se fosse il Signor X a doverle dare. L’unico che è stato coerente ed a cui va tutto il mio rispetto è Enrico Mentana.

E poi il polverone è nato dopo che a morire fosse un personaggio pubblico, finito davanti alle telecamera, perché l’anonimo Mario il nome è di fantasia non merita di muovere i pensieri, le coscienze, le proteste e quant’altro.

Ma sono le parole della Chiesa che mi danno più fastidio, quelle in particolare del Cardinale Angelo Bagnasco.

E’ una sconfitta grave e dolorosa per tutta la società, per tutti noi, perché la vita umana trae spunto, forza e valore anche dal fatto di vivere dentro delle relazioni di amore, di affetto, dove ognuno può ricevere e può donare amore. Fuori da questo è difficile per chiunque vivere, la solitudine uccide più di tutto il resto. Ognuno di noi riceve la vita, non se la da e questo è evidente e pertanto ne siamo dei servitori, dei ministri. Responsabili, intelligenti, ma senza potere mai dominare la vita nostra e tanto più degli altri.

Ma è normale parlare senza provare l’inferno che prova un malato cosciente che prima a poi morirà, forse però non in maniera piacevole ma anzi in maniera dolorosa.

E’ facile parlare quando per andare in bagno devi solo alzarti e farlo, mentre una persona come Dj Fabo doveva essere aiutato con pratiche poco simpatiche.

E’ facile parlare quando puoi mangiare tranquillamente e non sei costretto ad avere chi ti aiuto o chi di liofilizza il cibo.

Io, se mai un domani dovesse essere nelle stesse condizioni, vorrei che la mia vita finisse: non darei strazio alla mia famiglia ed a chi mi vuole bene e soprattutto sarei felice di avere una vita dignitosa. Una morte dignitosa.

Penso che dovremmo fare una preghiera verso tutti quelli che hanno intrapreso questa strada, chi ha premuto quel pulsante e chi lo premerà. Per chi è malato, per chi ha voglia di vivere e chi si è arreso. Ma soprattutto che un domani, il diritto a quella dignità, diventi legge.

Su questo c’è chi si batte ogni giorno: ieri ho incontrato Emilio Coveri, dell’Associazione Exit di Torino. Abbiamo parlato un po’, ci siamo confrontati. Lui è ipovedente, nel suo piccolo ha un dramma (almeno è quello che so di lui) ma le idee molto chiare.

“Dignità” deve essere un aggettivo da unire alla parola “diritto alla vita”.

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