Puoi vergognarti di aver trattato male una persona. Puoi vergognarti di aver rubato qualcosa. Puoi vergognarti di aver illuso e mentito. Puoi vergognarti di non aver dato il massimo o di aver voltato le spalle a qualcuno.

Ma non puoi vergognarti di essere malato.

Eppure, da persona “sana”, non potevo pensare che ci si potesse vergognare di stare male, quasi fosse una colpa, quella di aver scelto di far degenerare il corpo volontariamente.

Questa emozione l’ha provata Giuseppe Santoro: ve lo presento come il mio cardiologo, una persona sempre disponibile e seria a cui levo subito il camice da dottore per vestirlo con i panni di Peppino (si fa chiamare così dagli amici ed io fortunatamente sono uno di quelli).

In passato mi ha visitato diverse volte ed a lui do la colpa delle mie cerette al petto (esperienza dolorosissima ed umiliante) per applicare un Holter e controllare il cuore. In Grecia, a causa del caldo e dello stress, avevo avuto problemi e lui mi ha tranquillizzato e offerto un consulto a distanza.

E lui è uno dei primi pensieri quando vado a seguire la Champions League perché essendo un tifoso del Napoli, e di figli della Juventus, non posso non riportargli un souvenir calcistico.

Peppino ha il morbo di Parkinson e non è piacevole. Lui sa che con questa malattia può convivere, ma non ne può guarire. Sono andato alla presentazione del suo libro intitolato “l’ospite“, ne ho comprato una copia e me la sono fatta autografare.

Scrivo “a Gunther con amore”?

Mi chiede ridendo.

Ti voglio bene ma non esageriamo

Rispondo io con la complicità che la nostra amicizia ci permette.

Mi siedo, scorro le prime pagine, leggiucchio a destra e sinistra ed aspetto che cominci a parlare. La sala è piena di amici ma anche malati di Parkinson della Puglia. Li guardo ed alzo gli occhi al cielo per un’egoistica preghiera a chi sta lassù di non farmi mai questo “regalo”.

Vi porto i saluti del mio ospite…

Esordisce lui ed io giro gli occhi aspettando di vedere qualcuno che si alzi in piedi ad accogliere questo saluto, ma poi capisco che l’ospite è la sua malattia. Gli ha dato una forma, una sostanza, forse lo chiama anche per nome (io lo chiamerei stronzo ma lui è una persona educata).

Comincia a parlare, racconta la sua esperienza e fa riflettere.

Non sono i passaggi sulla sua vita famigliare che mi interessano, ma l’approccio che ha avuto con la malattia, che è un messaggio forte e coraggioso. Si mette a nudo e racconta quello che passa ogni giorno da dieci anni.

Non bisogna vergognarsi di quello che si ha. Chi è malato di Parkinson è soggetto al freezing, l’irrigidimento della gamba. Le prime volte dicevo a chi si fermava a porgermi aiuto che avevo preso una storta. Ora dico tranquillamente che ho il Parkinson e che tra qualche minuto tutto tornerà a posto.

E poi, prosegue con la vena di ironia.

Qualche giorno fa durante una di queste crisi ho scritto una poesia. La prossima volta mi porto la chitarra e l’amplificatore e suono qualche cosa.

In sala si sorride ed il messaggio arriva a segno.

Peppino non guarirà dal Parkinson; questo lo sa bene perché è un medico prima di essere un paziente. Però, da brava capa fresca, ha deciso di prendere il suo ospite e chiedergli di pagare un affitto (non monetario perché sarebbe impossibile) creativo.

Usa la sua malattia come trampolino di lancio della sua passione per la scrittura. Lo usa per scrivere poesie che non sono niente male. Si è trasformato da “malato” a “poeta”, un bel passo avanti nelle terapie personali.

Ma ha anche cominciato a suonare la chitarra ed il basso, oltre che alimentare una vecchia passione per la fotografia.

Gli ho consigliato di aprire un blog come il mio per dare maggior sfogo alla sua passione per la scrittura, magari tra le sue tante attività giornaliere troverà anche qualche minuto per farlo.

Per ora è uscito dal tunnel dove ogni malato si proietta. Si vergognava della sua malattia ma ha capito di aver sbagliato ed è tornato indietro. Si è schiarito la voce ed ha deciso di dire a tutti che essere malati non vuol dire aver commesso un peccato mortale, piuttosto è una condizione per cui devi cambiare alcune cose, prima tra tutto non restare chiuso nel guscio della disperazione ma piuttosto uscirne e dire ce la devo fare.

 

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