Pochi sanno perché Claude Debussy scrisse la sua Suite Bergamasque e quei pochi spesso hanno difficoltà a credere a questa storia, ma se un domani doveste avere la fortuna di incontrare un pianista che ama sognare, fatevela raccontare e lui ne sarà felice.

Tutto cominciò nella sua casa di Parigi mentre il suo animo e la sua mente passeggiavano allegramente tra le nuvole della passione per la donna amata, e le dita giocavano sulla tastiera del pianoforte verticale posizionato nel lato a levante del suo studio.

Lui stesso aveva deciso di posizionarlo lì perché diceva sempre che se il sole sorgeva ogni mattina così anche lui può avrebbe potuto scrivere le sue opere.

E quella mattina era particolarmente allegro al punto da cominciare a parlare con i tasti del suo pianoforte, chiamandoli per nome come se fossero dei compagni di quelle sue avventure immaginarie che viveva ogni volta che suonava.

E mentre dialogava con loro, raccontava quando fosse bello avere una persona accanto, alla forza che aveva, che sapeva infondere, alla bellezza di un giorno di pioggia passato ad ascoltare la sua voce.

E quelle parole proseguivano nelle arie di pianoforte che venivano librate quando dolcemente e quando concisamente.

Ma quel momento di estasi fu interrotto da una nota stonata, nel senso vero del termine. Un Do che non faceva il Do ma piuttosto lo guardava con aria di rimprovero.

«E te cosa hai da guardarmi in quel modo?» chiese il compositore con lo sguardo incuriosito ma anche preoccupato, lo stesso del buon padre di famiglia che pone la stessa domanda al figlio.

«E me lo chiedi anche?» rispose il tasto con aria di sfida.

«Beh vorrei saperlo» lo incalzò l’uomo, avvicinandosi a lui con il viso e la lunga barba che minacciava di fare il solletico.

«Sei tu la causa del mio malumore» continuò in tasto che se avesse potuto si sarebbe girato dall’altra parte per non guardarlo.

Il pianista spostò il suo sgabello per mettersi proprio davanti a lui ed affrontare le sue responsabilità da padre pianista.

«Vedi…» cominciò il tasto a parlare a bassa voce «…non ti sei mai accorto che ho un debole per il Fa#

Debussy guardò il Fa# che se ne stava per i fatti fischiettando e guardando le nuvole.

«E come possiamo fare per farglielo capire?» chiese il compositore al povero Do che non sapeva proprio come fare a far capire al Fa# che aveva intenzioni serie.

«Magari potresti scrivere una canzone per noi» disse il Do

«Ed avresti veramente coraggio di dichiararti?»

«Beh in qualche modo dovremmo pur cominciare» si fece forte il tasto gonfiando il petto di orgoglio «anche se sinceramente un po’ mi imbarazzo».

«Potremmo chiedere al cugino di darci una mano» disse Debussy schioccando le dita «il giovane Re#»

La figura del “ruffiano”, in ogni buona storia che si rispetti, deve starci sempre.

«Sei un genio!!!» esclamò entusiasta il tasto.

«Facciamolo subito» si alzò di scatto il compositore e cominciarono ad organizzare il tutto: lui prese il pentagramma e la penna, scrivendo senza sosta una melodia che avesse più volte l’unione di questi tasti, il tasto Do perfezionando il suo suono tanto da non stonare nuovamente.

Dopo pochi giorni, la Suite Bergamasque era pronta per far conoscere il Do al Fa# con la complicità del Re# in quel Si Maggiore che tanto l’avrebbe caratterizzata.

Passò il tempo, la Suite Bergamasque era diventata un’opera apprezzata da molti, Debussy era sempre più innamorato della sua donna ed i tasti del suo pianoforte sempre più felici.

Decise quindi di andare a trovare il Do ed il Fa# e per farlo chiamò il Re#, sempre un bravo ruffiano, per farsi accompagnare. Quando arrivò da loro li trovo a chiacchierare piacevolmente; prese uno sgabello e si mise seduto per unirsi alla conversazione.

«Di cosa parlate di bello?» chiese.

«Di come è strano il destino» dispose il Do.

Il sorriso del compositore si trasformò in curiosità.

«Quando hai composto la tua opera per farci conoscere, io soffrivo perché non sapevo come confessare quello che provavo».

Poi guardò il Fa# e fece un sorriso.

«Subito dopo che ci hai uniti, sono stato contento!»

«Ed ora?» chiese l’uomo.

«Ed ora anche quando non ci sentiamo, anche quando siamo lontani, anche quando non abbiamo lo stesso posto nel pentagramma, io e Fa# sappiamo che ci siamo e che il destino, per noi, aveva deciso qualche cosa di bello».

Debussy capì ancora una volta qual era la magia della musica.

«E noi, anche se pensiamo che il nostro destino possiamo deciderlo, nella realtà siamo bilie con le quali si diverte».

E detto questo, con l’animo ancora più allegro e dopo essersi levato la giacca, le note della Suite Bergamasque risuonarono nella stanza, perché il Destino si era accomodato in poltrona con la voglia di ascoltarla.

 

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