Troppo facile vivere di pregiudizi. Il difficile è affrontare la realtà, ma ancora più complicato è tentare di risolvere un problema

Con queste parole descriverei il documentario che ieri ho finito di girare in giro per la Calabria, su un tema alquanto scottante: la tratta umana.

Il fenomeno, secondo i benpensanti, forse è restato vincolato alla tratta degli schiavi africani tra il XVI ed il XIX secolo, ma sono pochi quelli che capiscono che tale pratica, in maniera differente, viene ancora praticata oggi in diverse parti del mondo.

In Calabria sono entrato in contatto con una realtà che credevo differente, colpa della presunzione ed ignoranza che vive accanto a noi ogni giorno; fortunatamente sono riuscito a guardare il tutto sotto una nuova luce, magari leggermente più brillante nella sua stessa ombra.

Ho visto un mondo fatto di persone istruite, laureate, specializzate, con le competenze pronte ad affrontare una prosperosa e ricca carriera professionale, ma che invece decidono di metterla a disposizione dei deboli, di quelli che in geografia economica vengono chiamati del sud del Mondo.

Sono quelle persone che quando le vediamo intervistate in televisione, mentre siamo seduti con davanti ad un piatto di pasta, ci sentiamo in diritto di criticare, di giudicare, di denigrare, senza però metterci neanche un attimo nei loro panni.

Ci sentiamo così sicuri delle nostre offese nei loro confronti, che neanche immaginiamo cosa rischiano ogni giorno, quali difficoltà incontrano, quante ore rubano alla famiglia ed agli affetti per raggiungere uno scopo che si sono fissati.

Ed ecco che alle 5:00 di mattina, a Lamezia Terme, insieme ad alcuni volontari e due mediatori culturali, andiamo a vedere dove chi ha bisogno di vivere aspetta chi ha voglia di sfruttarli. Sono sfruttati e sfruttatori, due categorie del genere umano seduti nelle due parti del tavolo, una giusta ed una sbagliata.

Consegno ad un ragazzo una telecamera nascosta in una penna: quando andrà a parlare con loro facendogli capire che esiste una strada differente allo sfruttamento, che hanno dei diritti, che possono ribellarsi, filmerà l’incontro. Al computer ascolto le loro parole e non sono piacevoli. C’è rassegnazione e paura di perdere anche quella gocciolina di speranza che uno sfruttatore gli darà quando gli darà una banconota da 20€, tanto costa spaccarsi la schiena in un campo.

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Un ragazzo filmato con la telecamera nascosta

E mentre le unità di strada sono a lavoro, negli uffici si da assistenza a chi prova a ribellarsi a questa condizione di schiavitù. Si parla con loro nella loro lingua, si cerca un lavoro, la famiglia, il rinnovo di un permesso di soggiorno ma anche di proteggere moglie e figli nel paese di provenienza.

Ma anche una protezione sanitaria perché ci sono schiavi nelle piantagioni e schiave nelle strade. Le prostitute che vediamo sul ciglio della strada a venderci il loro corpo (o parte di esso) per sollazzare gli ormoni di qualche pervertito.

Troppo facile credere che erano coscienti di quello che gli sarebbe capitato. Troppo facile giudicarle. Troppo facile girarci dall’altra parte. Non credo che la fantasia di ogni donna sia quello di diventare una puttana di strada (il termine è crudo ma la realtà lo è ancora di più).

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Ragazze costrette a prostituirsi, rifocillate da un’operatrice volontaria

Gli operatori non lo fanno gratis, sono stipendiati come è giusto che sia, ma di sicuro hanno rinunciato a ben altri guadagni in ben altra carriera professionale per mettersi al servizio del debole. Essere pagati è il minimo che possano ricevere per il loro lavoro anche perché devono pur sempre campare.

Ma non deve essere facile il loro lavoro, e non esiste stipendio che tenga quando devi affrontare non solo il caso umano, ma anche il caso umano disagiato (mamme con HIV, prostitute mutilate e violentate, figli senza genitori…)

Alla fine dei quattro giorni di ripresa la convinzione che questo lato della schiavitù vada visto sotto un altro aspetto è forte. Ora mi aspetta l’opera di montaggio dove le interviste fatte avranno un senso, dove le immagini racconteranno e dove i messaggi verranno lanciati.

Il documentario verrà proiettato nel convegno inerente il Progetto BUS e spero che le ore dedicate a questo lavoro, seppur pagate, servano a qualche cosa. Almeno a capire che i galeoni degli spagnoli carichi di esseri umani destinati ai campi, sono ancora ormeggiati.

Oggi sono macchine ad 8 posti caricate il doppio e le catene si chiamano banche e povertà. Ma anche ricatto, violenza, omicidio, minaccia.

In un momento di tranquillità e relax la giornalista che mi accompagna, Maria Pia Tucci, mi mette il microfono e mi intervista ed io, abituato a stare dall’altro lato della telecamera, un po’ sono impacciato.

Ma un pensiero viene diretto e spontaneo facendosi strada con prepotenza e quasi mi fa paura. Chi mi ascolta, abituati alle mie battute ed al mio cazzeggio, quasi ha difficoltà a pensare che sia io a pronunciarle.

Dobbiamo pensare se veramente la schiavitù oggi è un discorso che per noi “occidentali” è veramente distante. Perché oggi sono loro, domani potremmo essere noi. Non dobbiamo essere troppo sicuri ma anzi, dobbiamo tenere sotto controllo e debellare questo fenomeno perché è come un vaso che si riempie d’acqua; alla fine trabocca e fa danni, e quel danno potrebbe anche toccare noi.

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