Ero in ufficio quella mattina.

Il terremoto c’era stato da poche ore, le vittime cominciavano ad essere estratte ed il destino di molte già si delineava. C’era morte, sofferenza, tragedia, ma anche solidarietà, fratellanza, aiuto reciproco.

Guardavo le agenzie, leggevo le notizie, chiamavo i miei parenti a Rieti, speravo che la conta delle vittime si fermasse e pochi elementi e non che continuasse.

E poi vidi questa foto…

Questo bambino era orfano, i genitori erano morti e se un Dio esisteva (perché in questi momenti te lo chiedi) aveva spinto questa creatura in un tunnel di solitudine.

Non ci pensai troppo a lungo, chiamai mia moglie e le dissi che volevo adottare questa piccola creatura. La risposta fu subito positiva: provai a chiamare la Questura, la Croce Rossa, il tribunale dei minori.

Rinunciai perché era impossibile.

Il tempo passa, intervisto Monica, ripenso alle tante giornate passate in quei posti da ragazzino. Ascolto le parole dei politici, i rimpianti, le critiche, la continua disperazione di chi sta da troppo tempo in mezzo al nulla.

In quei posti l’inverno è vero inverno, fa freddo, c’è la neve, e dormire dentro una tenda non è piacevole.

E poi ascolto che anche qui, ad Amatrice, qualcuno si è fatta una ricca risata pronto a lucrare sulle tragedie degli altri.

No signori miei…

Mi dico a voce alta.

Non può essere vero…

Mi dico allo specchio.

Ed il pensiero di quel bambino che piange e cerca i genitori prorompe nel mio cuore. Come la rabbia, la vera incazzura di fa prepotentemente largo nei miei persieri. Ma una rabbia che non posso assolutamente esprimere.

Cosa mi auguro?

Che chi ha riso finisca i suoi giorni su un letto d’ospedale, che la sua generazione non abbia più voglia di ridere, e che il prossimo terremoto lo colpisca, come tutti i terremoti futuri. E’ un pensiero cattivo ma degno di chi ha riso mentre tanti piangevano.

E spero che da qui all’infinito, quel piccolo angelo possa avere tutto l’amore di questo mondo.

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