Il viaggio è nell testa. Non mi ricordo chi lo disse, ma di sicuro ho adottato questo stile per contraddistinguere una parte della mia vita.

Perché oggi le generazioni del futuro non sanno realmente cosa è un viaggio, con i suoi (molti) pro e (qualche) contro; non sanno farsi i conti di un budget per andare da qualche parte, non lo sanno organizzare, non sanno neanche alcuni principi base del viaggiatore di professione.

Neanche le tecnologie moderne vengono sfruttate al massimo: fare un biglietto di una compagnia low-cost oggi è facile, basta un dispositivo connesso ad internet ed una carta di credito (anche creata virtuale dalla banca per evitare di essere clonata) e la conquista del mondo può cominciare.

Peccato che la conquista del mondo non è quella vera, perché sono pochi i ragazzi che intraprendono un viaggio con un progetto fisso e diretto di quello che devono andare a vedere.

C’è chi va ad Amsterdam conoscendo a memoria ogni discoteca dove sballarsi… allo stesso modo della discoteca sotto casa.

C’è chi va in Tailandia per poi andare a mangiare al McDonald’s oppure al ristorante italiano che propone la pasta con il pesto alla genovese: ma io non ricordo che in Tailandia ci sono i pinoli ed il basilico.

E poi, per molti, il viaggio si intraprende con la sicurezza della carta di credito ricaricabile dei genitori.

Insomma, le generazioni del 2017 non sanno cosa voglia dire viaggiare.

E la cosa un po’ mi infastidisce perché avrei voluto avere io questa fortuna alla loro età. Io per andare da qualche parte (escludendo i viaggi di lavoro) dovevo penare ma soprattutto ero solo perché non era facile chiamare dall’Africa all’Italia più di 15 anni fa.

Anche un biglietto del treno, se non andavi a farlo alla stazione, non lo avresti fatto.

E mentre il mio volo è in quota crociera a 33.000 piedi (circa 11km di altezza), mi vengono in mente tante esperienze di lavoro che, magari, un giorno racconterò.

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