«Siamo ladri, rubiamo momenti».

Chi fa questo lavoro si trova spesso a doverlo dire, quasi a giustificare un’attività che divide l’animo di un operaio dell’immagine.

Per metà lo facciamo per passione e vocazione, perché solo in questo modo possiamo sopportare una vita fatta di pioggia presa in faccia, freddo o caldo, pranzi o cene saltate e spesso veloci, ore di sonno discontinue ed una giornata che si trasforma in un cubo di Rubik.

Per l’altra metà, meno nobile, lo facciamo con l’unico scopo di portare il pane a casa: siamo esseri umani, non dimentichiamolo, mangiamo e dobbiamo sopravvivere.

E non dimentichiamo neanche che abbiamo pensieri e sentimenti e di certo non godiamo quando nell’oculare del nostro apparecchio, appare una scena al limite dell’umano: un bambino morto sulla spiaggia di sicuro non rende felice il cameraman che lo riprende anzi, per qualche notte gli toglierà il sonno e forse guarderà con occhi differenti i figli.

Ma quel cameraman sarà felice quando per “quella” ripresa qualcuno si muoverà affinché non ci saranno più bambini morti sulla spiaggia: e credetemi che non è poco.

Ci troviamo spesso davanti ad un dito puntato, con l’accusa di essere dei mercenari o peggio ancora, degli avvoltoi affamati di dolore, senza pensare che noi altro non facciamo che mostrare alla gente a casa quello che vuole vedere.

Ci sono trasmissioni che servono il dolore ogni giorno su di un piatto di plastica, quasi fosse un pasto che si consuma alla festa del paese, e queste trasmissioni sono tra le più seguite, tra le più viste.

Tutti dicono che non le vedono queste trasmissioni, eppure tutti sanno di cosa parlano; ed accanto a lacrime finte ed indignazione ipocrita, c’è un giro di milioni di euro in pubblicità e la pubblicità sta dove si trova l’audience che a sua volta si trova dove c’è lo spettatore che vuole vedere.

Mi sono trovato in mezzo ai casi di cronaca più spicciola dove, accanto a noi stanchi ed infreddoliti, c’erano nonni che portavano nipoti in gita nei luoghi dove lo zio aveva ucciso la nipote, dove i genitori avevano fatto sparire i figli, dove qualcuno si era arrogato il diritto di vìolare il normale essere umano.

E questi turisti del macabro li trovavi a farsi selfie, a fare la foto al nipoto chiamandolo ed ordinandogli «fammi un bel sorriso», con i panini nello zaino pronti per un pic-nic.

Noi non siamo avvoltoi, piuttosto diamo da mangiare agli avvoltoi, e di questo non dovete farcene una colpa perché portiamo a casa il pane da dare ai nostri figli.

E non potrete mai farcene una colpa, perché tante persone fanno cose che non dovrebbero essere fatte, per lavoro.

Il postino che ci porta un’intimazione di pagamento non ha la colpa di questo.

Un direttore di banca che ci nega un prestito non ha colpa se compie il suo lavoro.

Un medico che amputa una gamba non prova piacere nel farlo.

Un tecnico del gas che sigilla un contatore per morosità non può tenere conto dei problemi dell’utente.

Un fruttivendolo che ci vende una mela andata a male non può assaggiare ogni frutto che vende.

Tante persone fanno, per lavoro, cose che non dovrebbero essere fatte, almeno agli occhi di chi si considera un giusto. E noi siamo tra quelli anche se spesso siamo i primi, forse gli unici, ad essere considerati “malati”, ad avere un dito puntato contro che ci marchia di essere cinici.

“Ti è piaciuto” chiedono spesso, guardandoci con disgusto, pietà, volgarità, delle volte compassione.

Ma a noi queste cose non piacciono perché siamo operatori, cameraman, fotografi, montatori.

Non becchini.

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